menorahUn’occasione per rileggere e riscoprire un capolavoro come Il candelabro sepolto di Stefan Zweig, autore raffinatissimo e quasi dimenticato fino a qualche anno fa, tornato di moda, per fortuna, grazie a una ricca ondata di ristampe e al genio visionario di

Wes Anderson, il regista di Grand Budapest Hotel. È solo uno dei tanti effetti collaterali positivi che saranno innescati dalla mostra intitolata «La menorah. Culto, storia e mito». Allestita nel Braccio di Carlo Magno e aperta dal 15 maggio, l’esposizione è dedicata al leggendario candelabro a sette bracci fatto forgiare in oro da Mosè, che illuminava l’area del Santo antistante il Santo dei Santi prima nella tenda del convegno e poi nel Tempio di Gerusalemme.

Un progetto nato quasi quattro anni fa. «Allora pensammo — spiegano nel catalogo i curatori Alessandra Di Castro, Francesco Leone e Arnold Nesselrath (stralci di altri due saggi contenuti nel libro sono riportati in questa pagina) — che la realizzazione di una grande mostra in cooperazione tra i Musei vaticani e il Museo ebraico di Roma, fatto mai accaduto in precedenza, potesse essere da parte nostra, in qualità di storici dell’arte, un contributo concreto al dialogo e alla cooperazione». Il più antico e importante simbolo identitario dell’ebraismo descritto nelle sacre Scritture, e molti secoli dopo, a partire dall’epoca carolingia, ricalcato nelle sue forme dai candelabri a sette bracci collocati nelle chiese cristiane a scopo liturgico, può fornire davvero un’occasione concreta di confronto.

L’idea è nata nell’ottobre del 2013, in occasione di un incontro al Museo ebraico di Roma con l’allora ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Zion Evrony, davanti a un’iscrizione conservata al Museo in cui compare la menorah: un “falso” antico, di fine Ottocento, che simula una lapide in cui si ricordano tre fratelli uccisi sotto l’imperatore Onorio che avrebbero visto il candelabro sul fondale del Tevere, non distante dall’Isola Tiberina, senza tuttavia riuscire a recuperarlo. Era il segno che a Roma il mito della menorah era ancora vivo alla fine dell’Ottocento. Si decise allora di organizzare una mostra di ampio respiro su questo simbolo che avrebbe spaziato da oriente a occidente, da Gerusalemme a Roma, dal I secolo al XXI, partendo da una rassegna piccola ma significativa organizzata nel 2008 dall’allora direttrice del Museo ebraico di Roma Daniela Di Castro, «Da Gerusalemme a Roma, e ritorno: il viaggio della menorah fra storia e mito».

Un altro importante precedente è stato quello della mostra «In the Light of the menorah. Story of a Symbol» allestita dall’Israel Museum di Gerusalemme del 1998 per il cinquantenario dello Stato di Israele. A Roma giunse nell’anno 71 dell’era cristiana al seguito del generale Tito dopo la distruzione del Tempio; fu a Roma che della menorah si persero per sempre le tracce tra la fine del II e il V secolo, e, soprattutto, fu nell’urbe che tra il III e il IV secolo da importante simbolo religioso ebraico assunse la caratura universale di simbolo identitario dell’ebraismo — religioso, culturale ma anche civile — che ne ha fatto nel 1948 l’emblema del neonato Stato di Israele. Il progetto fu accolto con entusiasmo da Antonio Paolucci, allora direttore dei Musei vaticani, ed è stato poi promosso da Barbara Jatta, succedutagli da pochi mesi. È affascinante ripercorrere la sua intricata storia reale e le leggende che sono fiorite nel corso dei secoli. Non mancano fonti scritte e testimonianze visive, come per esempio il graffito inciso sulla Pietra di Magdala, quando il candelabro si trovava ancora nel secondo Tempio a Gerusalemme, il calco dell’arco di Tito, testimonianza autentica e fedele dell’arrivo della menorah a Roma nell’anno 71 dell’era cristiana, il frammento della Forma Urbis Romae con la pianta del Templum Pacis, dove fu custodita insieme agli altri arredi sacri del Tempio almeno fino alle fine del ii secolo.

L’allestimento ripercorre anche le suggestive leggende nate attorno alla misteriosa sorte del candelabro, da quelle che lo vogliono razziato dal re dei visigoti Alarico nel 410 o dal re dei vandali Genserico nel 455. Fino alla leggenda che vuole la menorah ancora conservata a Roma in epoca medievale, come lascerebbe credere la cosiddetta Tabula magna Lateranensis, una lunga iscrizione a tessere musive con lettere dorate murata affianco alla porta della sagrestia di San Giovanni in Laterano, risalente al pontificato di Niccolò IV (1288-1292) e di cui in mostra è esposta una riproduzione. (silvia guidi)

©   osservatoreromano.va/it/news/    12.5.2017


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