Signore benedici i miei nemici

cristiani 1di JOHN STROYAN*

San Cirillo di Gerusalemme ha scritto: «I martiri degli ultimi giorni supereranno tutti i martiri». Negli anni recenti il linguaggio del martirio è stato esteso così da includere tutti coloro che muoiono per le proprie convinzioni, a prescindere dal contenuto di tali convinzioni. Inoltre, esso è stato addirittura rivendicato da parte di persone le cui convinzioni ideologiche o religiose sono, nel migliore dei casi, indifferenti e, nel peggiore, apertamente ostili alla fede cristiana.
Tuttavia, c’è sempre stato bisogno di una qualche forma di scrematura nel discernimento dei martiri. Eusebio nella sua Storia ecclesiastica descrive una specie di competizione nel martirio tra le sette cristiane (e tra queste i montanisti e marcioniti), in cui spesso il numero dei martiri veniva messo in correlazione con la verità delle proprie convinzioni di fede. Riguardo ai marcioniti egli scrive: «Sostengono di avere un gran numero di martiri di Cristo, ma poi non riconoscono neppure Cristo stesso secondo verità». Cercherò di far emergere tre dimensioni caratteristiche del martirio cristiano dalla prospettiva del tema «martirio e comunione». La prima è il martirio come necessariamente determinato dalla comunione con Dio in Cristo: il martire è “uno nel quale vive Cristo”. La seconda, il martirio come manifestazione di “appartenenza” al Corpo di Cristo, un corpo che comprende e trascende ogni identità etnica e culturale: quando uno soffre, tutti soffrono. La terza, il martirio cristiano come una manifestazione dell’amore di Dio “per tutti”; e questo include coloro che si trovano “fuori” della Chiesa visibile e perfino (o forse in maniera speciale) i “nemici”. Thomas S. Eliot, forse il più noto poeta occidentale del XX secolo, era un anglicano che è stato profondamente influenzato dal vescovo ed erudito del XVI secolo Lancelot Andrewes (la vita e gli scritti di Andrewes sono stati a loro volta riconosciuti e apprezzati all’interno dell’ortodossia). Nel dramma teatrale As - sassinio nella cattedrale, Eliot esamina gli ultimi giorni di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury. Nel suo sermone del giorno di Natale, intitolato La gloria di Dio, predicato quattro giorni prima della sua morte, Becket dice: «Un martirio cristiano non è un caso. I santi non sono fatti a caso. Un martirio non è mai un disegno d’uomo; poiché vero martire è colui che è divenuto strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio, e che non desidera più nulla per se stesso, neppure la gloria del martirio». Eliot parla del martire come di uno «che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio». Questo linguaggio fa eco alle parole di Diadoco di Fotice (V secolo), il quale ha scritto che «tutti noi uomini siamo a immagini di Dio, ma l’essere a sua somiglianza è solo di coloro che con grande amore hanno asservito la loro libertà a Dio». Quindi potremmo vedere il martirio come il frutto di una volontaria consegna di se stessi ai disegni di Dio. Quando i cavalieri giungono a Canterbury per assassinare l’arcivescovo, i suoi preti lo sollecitano a fuggire. Ma Becket risponde: «Aprite le porte! Io do la mia vita, sono pronto a offrire il mio sangue». Quindi la sua vita, in questo senso, non è tanto presa, quanto piuttosto consegnata liberamente. La vita cristiana, il martirio cristiano scaturisce dalla vita di Cristo in noi, Cristo che dice: «Nessuno mi prende la vita, ma sono io a deporla da me stesso» (Giovanni, 10, 18). Nel suo sermone Becket chiede: «Credete che sia per caso che il giorno del primo martire segua immediatamente il giorno della nascita di Cristo?». E risponde: «Certamente no!». Vi è un’inesorabile connessione tra l’incarnazione di Cristo, la nostra immersione in Cristo attraverso il battesimo e il martirio. Siamo battezzati nella morte e risurrezione di Cristo. Secondo le parole dell’arcivescovo Anastasios di Albania, i cristiani sono chiamati a «una partecipazione esistenziale alla morte e vita di Cristo». Nella Mosca degli anni Venti del XX secolo, Julia de Beausobre era vicina alla disperazione nel momento in cui suo marito fu imprigionato, quando i comunisti perseguitavano i cristiani. Descrive di aver udito ciò che chiama «le parole silenziose di un Altro», quando le disse: «A causa della mia incarnazione e del vostro battesimo, non c’è altra via, se sei d’accordo». Vi un’intrinseca conformazione alla croce in ogni vita cristiana. Gli anglicani e gli ortodossi nel 2006 hanno affermato insieme che «informata dalla vita e dall’opera di Dio nella liturgia battesimale ed eucaristica, la Chiesa cerca sempre di morire e di essere risuscitata di nuovo». Il teologo giapponese Kosuke Koyama scrive, dal contesto della devastazione di Hiroshima e Nagasaki, che la «verità biblica non è una verità intatta ma una verità sofferta», Come scrive san Paolo: «Moribondi, eppure viviamo» (2 Corinzi, 6, 9). Il secondo filone tematico di martirio e comunione deriva dalla dimensione corporativa del Corpo di Cristo. Il martirio di un solo membro del corpo ha un impatto sull’intero corpo di Cristo. San Paolo scrive: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» (1 Corinzi, 12, 26). San Silvano del Monte Athos scrive: «La sofferenza dell’altro è la mia sofferenza, la guarigione del mio prossimo è la mia guarigione. La gloria del mio fratello è la mia gloria». L’autore della Lettera agli Ebrei scrive: «Ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, come se foste torturati anche voi» (13, 3). Il martirio anche di un solo cristiano è un evento che accade all’intera Chiesa, al di là di ogni confine nazionale e culturale. Come espressione di questa solidarietà, che va al di là dei confini etnici e confessionali, l’Abbazia di Westminster celebra nella pietra le vite e la testimonianza di dieci martiri del XX secolo appartenenti a diversi Paesi e a diverse parti della famiglia ecclesiale. Scrivo questo, tuttavia, con la piena coscienza di quanto la Chiesa occidentale sia spesso incapace a esprimere adeguatamente la propria solidarietà e il proprio sostegno nei confronti delle Chiese orientali sofferenti, una solidarietà alla quale siamo inevitabilmente chiamati. È ancora viva nelle nostre menti — e nelle nostre continue preghiere — la testimonianza dei due metropoliti di Aleppo, Gregorios Yohanna Ibrahim della Chiesa siro-ortodossa e Pavlos Yazigi della Chiesa greco-ortodossa, rapiti quando si trovavano insieme in missione per il rilascio di due preti a loro volta sequestrati. Questa solidarietà in Cristo che doveva dimostrarsi a caro prezzo riflette qualcosa della profondità della koinonìa evidente tra i capi delle Chiese di tutte le confessioni presenti ad Aleppo; ciò di cui ho avuto il privilegio di essere testimone nella mia visita nel 2007. Si incontravano regolarmente per pregare, dando testimonianza a Cristo «che ha abbattuto il muro di separazione» (Efesini, 2, 14). «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» (1 Corinzi, 12, 26). Ci sono stati molti esempi simili di solidarietà tra Chiese sorelle di diversi Paesi che esprimono un legame organico tra testimonianza a caro prezzo e koinonìa, tra martirio e comunione. Allertati da padre Nikolaj Velimirović riguardo alla difficile situazione del popolo serbo che subiva gli effetti del tifo e della guerra, molti medici inglesi e scozzesi, operatori sanitari, operatori umanitari e cappellani offrirono i loro servizi ai malati e ai soldati serbi feriti. Nel 1918 il primo ministro serbo Nikola Pa šić disse: «La Chiesa anglicana si è presa cura della sua sorella Serbia: auguriamoci che con l’aiuto dell’Onnipotente quest’opera di carità in favore della Chiesa di Serbia possa essere la base per il riavvicinamento e l’unione delle nostre due Chiese per il bene di tutta l’umanità». Il clero anglicano fece pressioni sul Parlamento britannico per prendere posizione contro i massacri armeni e nel novembre 1915 i capi anglicani e ortodossi sollecitarono insieme il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, a fare pressioni sulla Germania perché intervenisse presso il Governo turco per far cessare i massacri. Più recentemente, negli ultimi decenni dell’Unione sovietica, dalla fine degli anni Sessanta, il canonico Michael Bourdeaux e il Keston College fecero un lavoro straordinario ed esemplare, spesso in circostanze pericolose, per mettere in allerta l’Occidente riguardo alla persecuzione dei cristiani — nonché dei credenti di altre religioni — da parte del regime sovietico. Simili testimonianze sulle sofferenze della Chiesa in Russia contribuirono non poco a suscitare una solidarietà di preghiera tra i cristiani occidentali. Il martirio cristiano serviva a ispirare un più profondo senso di appartenenza e di comunione all’interno del più ampio Corpo di Cristo. In terzo luogo, il martirio può essere visto come un riflesso dell’amore incondizionato di Cristo per tutti, anche i nemici. Sulla croce Gesù pronuncia parole di perdono: «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca, 23, 34). Quando santo Stefano viene lapidato a morte, cade in ginocchio e grida: «Signore, non imputar loro questo peccato» (Atti degli apostoli, 7, 60). San Silvano descrive «l’amore dei tuoi nemici come l’unico vero criterio di ortodossia». San Nikolaj Velimirović (1881-1956), che incontrò san Silvano, esprime un simile amore nelle sue Preghiere lungo il lago: «Benedici i miei nemici, o Signore. E anch’io li benedico e non li maledico. I miei nemici mi hanno guidato tra le tue braccia più di quanto abbiano fatto i miei amici. I miei amici mi hanno legato alla terra; i miei nemici hanno allentato i miei legami con la terra e hanno distrutto tutte le mie speranze nel mondo. Benedici i miei nemici, Signore, e anch’io li benedico». Questo amore — l’amore di Cristo — che include perfino i nemici, trascende ogni appartenenza (nonché inimicizia) nazionale, etnica o culturale. È l’amore che ha abbattuto ogni muro di divisione tra gli esseri umani. Lo vediamo in Edith Cavell (1865-1915), un’infermiera inglese e figlia di un prete anglicano. Prestò servizio nel Belgio occupato dai tedeschi durante la prima guerra mondiale. Accudiva tutti coloro che erano feriti salvando le vite non solo dei soldati alleati, ma anche dei soldati tedeschi, senza alcuna discriminazione. Fu accusata di tradimento per aver salvato la vita di alcuni soldati alleati aiutandoli a scappare in Olanda. Poco prima di essere fucilata da parte del plotone di esecuzione disse: «Non provo paura né stringimento. Ho visto la morte così spesso che non è cosa strana o temibile per me. Direi questo, stando come ora davanti a Dio e all’eternità». Lo vediamo in Shahbaz Bhatti (1968-2011), un ministro federale per le minoranze in Pakistan, cattolico. Egli criticò apertamente le leggi sulla blasfemia in base alle quali i cristiani sono stati — e sono tuttora — p erseguitati, imprigionati e sottoposti a giustizia sommaria. Bhatti si espresse non solo a favore dei cristiani ma anche di altre fedi non musulmane. Ricevette molte minacce di morte. Nel marzo 2011 fu assassinato. Prima della sua morte aveva detto: «Credo in Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per noi e sono pronto a morire. Vivo per la mia comunità, e morirò per difendere i loro diritti». Lo vediamo nel martirio dei sette monaci trappisti di Tibhirine in Algeria, che scelsero di restare nel loro monastero, pur essendo stati minacciati da uomini armati e conoscendo il rischio cui erano esposte le loro vite e quelle delle persone intorno a loro. Scelsero di restare vivendo una vita di semplicità, preghiera e accoglienza, una vita anche di servizio ai più poveri che vivevano attorno a loro. Sapendo la probabilità della loro morte imminente, padre Christian de Chergé scrisse nel suo testamento spirituale: «Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito». E nelle parole rivolte allo sconosciuto che lo avrebbe ucciso, scrive: «E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-D io” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due». In tutti questi martirî, come nella testimonianza di Charles de Foucauld, assassinato fuori dal forte che aveva costruito per i tuareg nel Sahara, vediamo una manifestazione dell’amore di Dio per tutta l’umanità. Secondo le parole di Gregorio di Nissa, «scopriamo in ogni essere umano, qualunque sia la sua posizione di fede o storia di vita, un fratello o una sorella per i quali Cristo è morto». Questo è l’amore che si identifica a tal punto con coloro che soffrono, da essere disposto a prendere su di sé la loro sofferenza e addirittura a mettersi al loro posto. Lo vediamo nella Grecia occupata dai tedeschi, quando l’arcivescovo Damaskinos Papanandreou, opponendosi alla deportazione degli ebrei, scrive al primo ministro greco collaborazionista Konstantinos Logothetopoulos: «La nostra santa religione non riconosce qualità superiori o inferiori fondate sulla religione. Come è stato detto: Non c’è greco né giudeo». Per il suo pronunciamento fu minacciato di fucilazione con il plotone d’esecuzione. Lo vediamo a Zante nel 1944, quando il metropolita Chrysostomos con il sindaco Lucas Carrer fecero tutto il possibile per proteggere gli ebrei dalla deportazione nei campi di concentramento. E quando venne loro chiesto di consegnare una lista di tutti gli ebrei dell’isola, Chrysostomos consegnò una lista con due soli nomi, il suo e quello del sindaco, dicendo: «Se scegliete di deportare gli ebrei di Zante, dovete prendere anche me e io condividerò il loro destino». Scorgiamo una simile identificazione anche in madre Maria Skobtsova. Quando gli ebrei venivano presi di mira dai nazisti a Parigi e obbligati a portare la stella di Davide, madre Maria scrisse: «Se fossimo veri cristiani, tutti noi porteremmo la stella». Nel marzo 1945 fu lei stessa deportata a Ravensbrook e, secondo quanto si racconta, prese il posto di una giovane donna che andava nella camera a gas. Madre Maria fu martirizzata non per la sua solidarietà con i cristiani ma con gli ebrei, e il suo martirio esprimeva il profondo amore di Dio per l’intera umanità. Il martirio cristiano rivela l’amore di Dio per tutti, un amore che supera ogni umana frontiera, oltrepassando tutte le appartenenze nazionalistiche e tribali. Ogni essere umano è creato a immagine di Dio. Ogni essere umano è, secondo la frase memorabile di Christian de Chergé, «un fratello o una sorella in umanità». Ogni fratello o sorella è qualcuno per cui Cristo è morto. John Donne (1572-1631), poeta e decano della cattedrale di San Paolo a Londra, afferma nella sua poesia Nessun uomo è un’isola: «Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io son parte dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te».

*Vescovo anglicano di Warwick

© Osservatore Romano - 9 settembre 2016