“Casa Scalabrini 634” (dal numero del civico della via Casilina) era un ex seminario degli Scalabriniani. Un grazioso complesso di palazzine primo Novecento ristrutturate, con un ampio giardino e bei terrazzi. Dalla porticina che affaccia sull’antica consolare romana non si capisce cosa ci sia aldi là del muro di cinta. Poi incontri Nabou con la figlia Sofia di 4 anni tutta treccine e ottimo italiano. Uzman, senegalese, che cucina un pollo con patate in cucina per la prima volta. E Sonam che dal Tibet ha trovato qui la libertà. “Siamo partiti un po’ in sordina. Era il periodo di Mafia Capitale e c’erano stati da poco gli scontri a Tor Sapienza. All’inizio abbiamo ricevuto mail di protesta, non volevano che aprissimo il centro. Ora molti ci conoscono: i nostri ragazzi sono bravi. Le signore offrono dolci, organizziamo feste per i bambini. Però ogni tanto ci sono piccole lamentele, ad esempio per l’immondizia. Alcuni ci tollerano”.  Il direttore esecutivo Emanuele Selleri, alla guida del progetto insieme al direttore generale fratel Gioacchino Campese, racconta così gli inizi dell’innovativa esperienza di Casa Scalabrini 634, caso unico a Roma: 32 rifugiati, tra cui due famiglie, vivono in semi-autonomia. In contemporanea il centro organizza iniziative formative per tutti (migranti e italiani), promuovendo la cultura dell’accoglienza nel territorio. Da giugno 2015 ad oggi “Casa Scalabrini 634” ha accolto 80 rifugiati, di cui 50 hanno già completato il percorso verso l’autonomia: hanno una casa e un lavoro e sono ben integrati nella società italiana. Nata un anno e mezzo fa sulla scia dell’appello di Papa Francesco nell’ottobre 2013 ad aprire conventi e istituti religiosi ai profughi, “Casa Scalabrini 634” gode dell’esperienza centenaria della Congregazione Scalabriniana, al servizio dei migranti in 32 Paesi del mondo.

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Un percorso verso l’autonomia. È stato realizzato un progetto focalizzato sui bisogni reali, nel quartiere romano di Casilino-Tor Pignattara, che ha la più alta densità di presenza di immigrati, tra cui molti musulmani. Poco lontano, a Tor Sapienza, nel novembre 2014 erano avvenuti infatti accesi scontri tra la popolazione e i migranti, presi di mira in un centro di prima accoglienza. “Casa Scalabrini 634” mira proprio

all’integrazione tra rifugiati, migranti e comunità locale.

Perché il problema maggiore, una volta usciti dai centri e ottenuto lo status di rifugiato (o altre forme di protezione internazionale), è che molti profughi rimangono abbandonati a se stessi, in strada o in alloggi precari, perché non trovano lavoro o perché nessuno affitta loro una casa o una stanza. Così rischiano di nascere situazioni di emarginazione o tensioni con la comunità che accoglie. Inoltre non è sempre facile uscire da una gestione assistenzialista della propria vita, visti i tempi lunghi per l’esame della domanda di asilo e relativa permanenza nei centri. In media 1/2 anni, ma c’è chi è rimasto anche 7 anni, per via dei ricorsi dopo il diniego.

L’importanza della seconda accoglienza. È in questa “zona grigia” trascurata da tutti, quella della seconda accoglienza, che si colloca il progetto, gestito dall’Ascs (Agenzia scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo) e che non riceve fondi pubblici. “Ci autofinanziamento con progetti e donazioni private”, spiega Marianna Occhiuto, responsabile della comunicazione, dei social e del fund raising. Quattro operatori lavorano a tempo pieno, altri part time, c’è una rete di collaborazione con altre realtà associative del territorio e 40/50 volontari che danno vita a una serie inesauribile di iniziative che ruotano intorno a quattro pilastri: accoglienza, sensibilizzazione, formazione e cittadinanza attiva. Ci sono corsi di web radio, sartoria, laboratori per costruire aquiloni, di italiano, inglese, scuola guida (teoria), agricoltura sociale, incontri nelle scuole, uno sportello di orientamento al lavoro, iniziative di restituzione alla comunità.

“I nostri corsi sono aperti a tutti, il 20% sono italiani”,

precisa Selleri: “Il nostro è prima di tutto un servizio alla società italiana. È importante investire sulla seconda accoglienza. Invece oggi tutti i fondi pubblici vanno per la prima accoglienza, sarebbe buono equilibrare le risorse”. “Comprendiamo bene la paura del diverso – prosegue  -. Gli anziani sono terrorizzati. Ogni volta che avvengono attentati terroristici tra i nostri ragazzi la tensione è altissima. Capiscono che le conseguenze ricadranno su di loro. Dopo aver costruito la fiducia bisogna ricominciare a dimostrare a tutti che sono persone normali”. Purtroppo, confida, “le rimostranze maggiori arrivano dai parrocchiani”.



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