Il Papa: in Terra Santa ricostruiamo le persone prima degli edifici

roaco papaIncontrando i partecipanti alla 94.ma plenaria della "Riunione delle Opere per l'Aiuto alle Chiese Orientali", Francesco ricorda le sofferenze e i conflitti che minano il presente e il futuro di vari Paesi di Medio Oriente e Africa

Amedeo Lomonaco - Città del Vaticano

Il Papa eleva il proprio grido di dolore per Paesi martoriati e popoli sofferenti. Il suo discorso ai membri della Roaco si snoda tra realtà ecclesiali e geografiche minacciate o scosse da venti di guerra. La prima terra che nomina, all’inizio del discorso, è quella dell’Iraq, un Paese che si lega ad un desiderio realizzato da Francesco: il viaggio apostolico dal 5 all’8 marzo 2021. Il Santo Padre ricorda anche la situazione in Eritrea e la “grave crisi in Libano”, al centro delle riunioni di quest’anno della Roaco. Il Pontefice chiede, in particolare, di pregare il primo luglio “insieme ai capi delle Chiese cristiane” del Paese dei cedri. Il pensiero di Francesco è rivolto anche alla Terra Santa, ai popoli di Israele e Palestina per i quali esprime una speranza: “Sogniamo sempre che nel cielo - afferma il Papa - si distenda l’arco della pace, dato da Dio a Noè come segno dell’alleanza tra Cielo e terra e della pace tra gli uomini”. “Troppo spesso invece, anche di recente, quei cieli - ricorda  - sono solcati da ordigni che portano distruzione, morte e paura”. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Avere a cuore le pietre vive

Un altro grido di dolore si leva anche dalla Siria, “sempre presente nel cuore di Dio”. Ma sembra, sottolinea il Pontefice, “non riesca a toccare quello degli uomini che hanno in mano le sorti dei popoli”. L’eredità di scontri e violenze è drammatica, “rimane lo scandalo - ricorda il Santo Padre - di dieci anni di conflitto, milioni di sfollati interni ed esterni, le vittime, l’esigenza di una ricostruzione che resta ancora in ostaggio di logiche di parte e della mancanza di decisioni coraggiose per il bene di quella martoriata nazione”. Francesco ricorda poi che le riflessioni della Roaco hanno preso in esame la situazione ecclesiale in Etiopia, Armenia e Georgia. “A volte - sottolinea Francesco - bisogna ricostruire gli edifici e le cattedrali, comprese quelle distrutte dalle guerre, ma anzitutto bisogna avere a cuore le pietre vive che sono ferite e disperse”.

Il messaggio della Fratelli tutti

Rivolgendosi ai partecipanti alla plenaria della Roaco, Francesco aggiunge di seguire “con apprensione la situazione che si è generata con il conflitto nella regione del Tigray, in Etiopia, sapendo che la sua portata abbraccia anche la vicina Eritrea”. “Al di là delle differenze religiose e confessionali - ricorda Francesco - ci rendiamo conto di quanto sia essenziale il messaggio della Fratelli tutti, quando le differenze tra etnie e le conseguenti lotte per il potere sono erette a sistema”. Il pensiero del Papa torna anche al 2016 quando al termine del viaggio apostolico in Armenia, insieme al Catholicos Karekin II, sono state liberate in cielo delle colombe, “come segno e auspicio della pace nell’intera regione del Caucaso”. “Purtroppo - osserva Francesco - essa negli ultimi mesi è stata un’altra volta ferita, e per questo vi ringrazio per l’attenzione che avete posto alla realtà della Georgia e dell’Armenia, affinché la comunità cattolica continui ad essere segno e fermento di vita evangelica”.

La gratitudine di Francesco

Rivolgendosi ai partecipanti alla 94.ma assemblea plenaria della Roaco, il Papa estende la propria gratitudine anche ad altre preziose realtà che cercano di lenire il grido di dolore proveniente da terre martoriate.

Attraverso di voi desidero far giungere il mio ringraziamento a tutte le persone che sostengono i vostri progetti e che li rendono possibili: spesso sono semplici fedeli, famiglie, parrocchie, volontari…, che sanno di essere “tutti fratelli” e destinano un po’ del loro tempo e delle loro risorse per quelle realtà di cui voi vi prendete cura. Mi hanno riferito che nel 2020 la Colletta per la Terra Santa ha potuto raccogliere circa la metà rispetto agli anni passati. Certamente hanno pesato i lunghi mesi in cui la gente non ha potuto radunarsi nelle chiese per le celebrazioni, ma anche la crisi economica generata dalla pandemia. Se da un lato questo ci fa bene, perché ci spinge a una maggiore essenzialità, tuttavia non può lasciarci indifferenti, anche pensando alle strade deserte di Gerusalemme, senza pellegrini che vanno a rigenerarsi nella fede, ma anche ad esprimere solidarietà concreta con le Chiese e le popolazioni locali. Rinnovo pertanto l’appello a tutti perché si riscopra l’importanza di questa carità, di cui parlava già San Paolo nelle sue Lettere e che San Paolo VI ha voluto riorganizzare con la Esortazione Apostolica Nobis in animo, del 1974, che ripropongo nella sua piena attualità e validità.

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