Ponti e non muri

muro terra santaGERUSALEMME, 15. Promuovere «una maggiore interazione tra israeliani e palestinesi» perché «la pace si realizzerà solo quando tutte le parti rispetteranno il fatto che la Terra santa è sacra per tre religioni e casa di due popoli». È questo l’appello contenuto nella dichiarazione finale dell’annuale riunione dell’Holy Land Coordination (Hlc), che raccoglie i rappresentanti degli episcopati d’Europa, nord America e sud Africa.
L’incontro, iniziato lunedì 11, si è concluso, giovedì 15, a Gerusalemme con una messa presso il Santo Sepolcro. Gaza, Hebron, Betlemme e la città israeliana di Sderot, colpita durante la campagna militare di luglio da missili lanciati dalla Striscia di Gaza, sono state le tappe di questo pellegrinaggio. Un viaggio nelle «periferie esistenziali di Terra santa», le cui condizioni sono rese ancora più difficili dal clima di conflitto e di instabilità politica di tutta la regione. Lo scopo dei vescovi è quello di sostenere più efficacemente nei rispettivi Paesi di provenienza un’azione per la giustizia e la pace. Quella stessa pace che le politiche «nazionali e internazionali» non sono riuscite a conseguire in tanti anni di diplomazia. Nel documento, intitolato «La dignità umana fondamento della pace», i presuli denunciano infatti «il fallimento» dei tentativi politici di conseguire la pace. «Il conflitto in corso minaccia la dignità dei palestinesi e degli israeliani, ma in modo particolare il nostro impegno per i poveri ci chiama a sostenere le persone sofferenti di Gaza», dove «decine di migliaia di famiglie non hanno un alloggio adeguato. In questo ultimo periodo di freddo gelido, almeno due bambini sono morti per ipotermia». I presuli affermano che «la speranza è viva in Gaza» nonostante il blocco che «impedisce drammaticamente la ricostruzione» e alimenta la preoccupazione degli israeliani per la sicurezza. «Abbiamo visto — sottolineano i vescovi dell’Holy Land Coordination — famiglie ricostruire con caparbietà le proprie vite. Abbiamo visto una piccola comunità cristiana con un’enorme fede. Abbiamo ammirato la tenacia di molti volontari». I presuli esprimono anche forti riserve nei riguardi del provvedimento che prevede «la costruzione del muro nella valle di Cremisan» in quanto provocherebbe la perdita di terre e di mezzi di sussistenza da parte di molte famiglie cristiane. «Dopo il fallimento dei negoziati e la conseguente violenza del 2014», si legge nel documento, c’è urgente bisogno di «costruire ponti, non muri».

© Osservatore Romano 16 gennaio 2015