Un’antropologia sonora del mondo antico

mosaico bizantino Susa«Thálatta! Thálatta!», «Mare! Mare!». Nella memoria di chiunque abbia incontrato, non necessariamente nelle aule liceali o universitarie, l’Anabasi di Senofonte, il più avvincente diario di guerra dell’antichità (ne esiste anche una trascrizione romanzesca a firma di Valerio Massimo Manfredi, L’armata perduta, Mondadori, 2007), questo duplice grido, in qualche modo simmetrico rispetto al «Terra! Terra!» che nel 1492 annunciò la scoperta colombiana dell’America, ha lasciato un’eco indelebile.

Dopo l’esito sfortunato della battaglia di Cunassa (401 prima dell’era cristiana), i diecimila valorosi mercenari greci ingaggiati dal principe persiano Ciro il Giovane, nell’intento di detronizzare il fratello Artaserse, hanno affrontato un’estenuante marcia invernale attraverso la Mesopotamia e l’Armenia, diretti verso il Ponto Eusino, l’odierno Mar Nero. Di lì progettano di tornare in patria imbarcandosi a Trapezunte. Quando infine i superstiti avvistano dalla cima di un monte l’azzurra distesa del Ponto, la loro carica di emozione esplode, tra gli abbracci, in quell’euforica, assordante, ripetuta esclamazione. Ignorano, al culmine della gioia, che le loro peripezie non sono ancora finite.
Attratti nell’incanto della narrazione, noi moderni lettori di Senofonte tentiamo di figurarci l’effetto sonoro prodotto da centinaia di bocche spalancate a gridare l’esultanza dei salvati. Evochiamo, per analogia, le fragorose invocazioni dei tifosi inneggianti a qualche campione dello sport o a qualche rockstar. Ma siamo sicuri che, qualora si realizzasse una versione cinematografica dell’Anabasi, la colonna sonora di accompagnamento all’episodio degli opliti esultanti risulterebbe completa limitandosi semplicemente a riprodurre il grido collettivo di avvistamento del mare? Non apparirebbe molto più realistica, quella scena, inserendo anche, in sottofondo, il nitrito dei cavalli, il clangore delle armi festosamente agitate, lo stormire del vento fra la vegetazione, il gracchiare dei corvi spaventati, lo sciabordìo della risacca lungo il litorale sottostante, le strida dei gabbiani in volo sulla superficie marina?
Suggestioni foniche di tipo naturalistico, riferibili al racconto di Senofonte come a un’infinità di altri contesti storici tramandati da fonti letterarie, in cui la parola umana dovette mescolarsi a suoni emessi da altre entità viventi o inanimate, scaturiscono irresistibili dall’immersione in un saggio che l’autore, il brillante filologo e antropologo Maurizio Bettini, docente all’università di Siena, ha intitolato Voci (Roma, Carocci, 2018, pagine 324, euro 29). Una prima chiave di lettura ci è offerta dal sottotitolo, Antropologia sonora del mondo antico.
Condotta con un approccio tanto rigoroso quanto anti-accademico, senza sconti divulgativi ma anche senza sofisticherie e tecnicismi, soddisfacendo le superiori esigenze degli specialisti in un erudito apparato di note, in una nutrita bibliografia e in un’appendice dove sono state convogliate le citazioni di supporto con relativo commento, l’indagine di Bettini esplora territori in gran parte semisconosciuti. Ricostruisce infatti — a colpi di aneddoti, di spigolature, di sorprendenti scoperte mietute nei campi non solo della grecità e della latinità ma anche di altre meno remote tradizioni letterarie — l’antica fonosfera: la vasta e variegata cupola sonora («canti di uccelli, grida di animali e parole di uomini») che avvolgeva la vita quotidiana dei nostri antenati mediterranei.
Filigranata da una vena di nostalgia, è l’insaziabile curiositas dello studioso a promuovere la ricerca e l’interpretazione di quelle testimonianze scritte che possono, esse sole, restituire alla nostra immaginazione uno scenario fonico ormai stravolto, specie negli agglomerati urbani, dalle innovazioni di una tecnologia galoppante. Proviamo per un attimo a confrontare mentalmente il rotolìo dei carri o lo scalpitìo dei quadrupedi sul lastricato di stretti vicoli e accidentate vie consolari con il rombo di veicoli a motore lanciati a tutta velocità sull’asfalto di strade, superstrade e autostrade. E non trascuriamo di aggiungere suoni giovani, di origine recente, talmente pervasivi da aver generato in noi una sorta di rassegnata assuefazione, come le suonerie dei telefonini portatili, perfino incorporate — lo segnala con ironia lo stesso Bettini — da un compositore stravagante nella partitura di un suo «concertino per cellulari e orchestra sinfonica».
Non che la quotidianità dei patres antiqui fosse tanto più silenziosa della nostra. Doveva risultare, certo, «più sottile e leggera». Ma la grande diversità delle due fonosfere risiede soprattutto nella difformità degli ingredienti costitutivi dei due impasti. Per una fondamentale ragione: le «emissioni sonore» degli animali, ossia «latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettii e così di seguito», occupavano nell’antichità uno spazio di diffusione, intensità e familiarità inconcepibili per il nostro udito. Le loro fonti, infatti, «facevano strettamente parte del tessuto economico, sociale o semplicemente umano». Di questa simbiosi antropo-zoologica all’interno di un’unica fonosfera testimoniano alcuni singolari documenti. Bettini esibisce anzitutto un elenco lessicografico attribuito a Svetonio dove si enumerano una cinquantina di verbi utilizzati per esprimere, in chiave perlopiù onomatopeica, quelli che degli animali noi siamo soliti chiamare versi (mentre i Romani, anticipando l’etologia di Konrad Lorenz, li consideravano voces e, in rapporto agli uccelli, cantus): una sorta di enciclopedia sonora in parte ereditata, nell’VIII secolo, dall’anonimo autore del Carmen de Filomela, panegirico dell’usignolo. Ma già aveva affiancato Svetonio, dando prova di analoga acribia lessicale, il retore greco Eliano nell’opera Sulla natura degli animali.
Sensibili al fascino musicale di uccelli provvisti di eccelse doti canore, spesso e volentieri i poeti del mondo ellenico-romano instauravano un gemellaggio artistico tra le proprie scansioni liriche e le performances di quei volatili, che al loro finissimo orecchio suggerivano la percezione di moduli elaborati, di articolate «frasi ritmico-melodiche». In un frammento autobiografico Alcmane affermò di aver trasposto in linguaggio umano la voce delle pernici. E il poliedrico Plutarco, incline a riconoscere agli animali il dono della ragione, sosteneva che «i migliori poeti hanno modellato le loro più soavi poesie e melodie sui canti di cigni e usignoli».
Una teoria, questa della osmosi tra le sfere ornitologica e antropologica, che trova un curioso riscontro nell’episodio dell’acquisto di uno storno da parte di Mozart, che in un negozio l’aveva udito fischiare qualche battuta del proprio concerto per pianoforte in sol maggiore. Inversamente, il geniale salisburghese avrebbe mutuato dallo storno echi canori presenti nella “cadenza grottesca” del suo Scherzo musicale. E se Vivaldi compose un concerto per flauto significativamente intitolato Il gardellino, Beethoven trapiantò nella sesta sinfonia, la Pastorale, le sonorità del picchio dorato, della quaglia e del cuculo. Analoghe operazioni ornitologiche-musicali vennero successivamente messe in atto da Stravinskij e Messiaen.
Era del resto diffusa, tra gli antichi, la convinzione che certi animali domestici (fra i quali, nelle domus romane, le donnole) fossero in grado di modulare la loro voce per esprimere i diversi sentimenti, di paura dolore gioia, da cui erano pervasi. Lucrezio privilegiava comprensibilmente i cani con la loro vasta gamma di latrati, oltre agli uccelli canterini e ai cavalli dal nitrito variabile secondo le diverse situazioni. Che poi gli uccelli, grazie alle loro modulazioni vocali, possano emettere, in maniera non del tutto inconsapevole, messaggi di senso più o meno compiuto, è credenza pervenuta dall’evo antico (con un apice nelle percussive sillabazioni inglobate da Aristofane nel copione degli Uccelli) fino allo sperimentalismo poetico di Giovanni Pascoli, autore di accattivanti “semantizzazioni”, ovvero di interpretazioni fonosimboliche del canto di svariati uccelli mimato su base onomatopeica: galletti, fringuelli, cornacchie, merli, usignoli.
Dall’attribuzione ai pennuti di una presunta capacità di trasmettere avvertimenti o esortazioni alla propensione a servirsene nell’ambito della divinazione, il passo era brevissimo. Attraverso il loro canto, in qualche misura traducibile in frasi articolate e significanti, si supponeva che parlasse agli uomini una voce superiore, soprannaturale, veridica. Più praticata nel mondo romano che in Grecia, la cosiddetta ornitomanzia traeva presagi sia dal volo degli alites sia dalla profetica sonorità degli oscines. In ogni caso, «la rilevanza ominosa» attribuita al canto degli uccelli ebbe (e non l’ha ancora persa) una fortuna duratura. Così come in pratica non si è mai estinta, almeno a livello di cultura e religiosità popolare, la tendenza a credere che le voces animalium possano comunicarci significati decifrabili. Di ciò serbano traccia arcaiche tradizioni sopravvissute fino a oggi. Una di queste “reliquie parlanti”, localizzata in Sicilia, ruota intorno a un immaginario dialoghetto fra quattro animali partecipi del presepio. Così essi, la notte di Natale, commentano in un dialetto a metà tra l’umano e l’animalesco la nascita di Gesù: «gallo: Cristo nascì (chicchirichì). — bue: Unni? Unni? (“dove? dove?” uuh? uhh?). — pecora: Bettalemmi (“Betlemme” mbè) — asino: Jàmmucci! Jàmmucci! (“andiamoci! andiamoci!” ih-a! ih-a!)».

«Quello degli animali — conclude Bettini — è un linguaggio dimenticato, smarrito, che si manifesta solo in certi momenti, solo a certe persone. Come il linguaggio di profeti ed estatici». Anche in questa prospettiva Francesco d’Assisi ha ancora molto da insegnare agli uomini del XXI secolo.

di Marco Beck

© Osservatore Romano - 16 giugno 2018