incontro e dialogo«Al principio del dialogo c’è l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro». Sono queste parole di Papa Francesco che ci sono venute alla mente davanti al più recente libro di Angela Bianchini, Incontri (Roma, Studium, 2016, pagine 160, euro 12). Saggista e romanziera, studiosa di letteratura inglese e latinoamericana Bianchini, che nella sua lunga e operosa vita ha percorso e continua felicemente a percorrere molti sentieri dell’attività creativa, giunge alla terza serie di quei «racconti biografici», come li definì Raffaele Crovi, riuniti sotto il titolo di Spiriti costretti (rispettivamente Vallecchi 1963 e Aragno 2008). L’abbandono della citazione ariostesca per il più immediato e denso Incontri corrisponde, come osserva l’autrice nella bella introduzione, a un carattere necessariamente diverso perché con gli anni le prospettive culturali e biografiche di tanti personaggi narrati hanno «guadagnato in slancio e ampiezza» e «molte esistenze si sono concluse». 

Per chi come la giovanissima Angela Bianchini fu costretta dalle leggi razziali a lasciare il nostro paese e a trovare riparo altrove, l’esilio resta un tema centrale, ma il tempo che si è aggiunto al tempo permette di allargare lo sguardo. Così il libro si apre su incontri ideali in suggestivi affreschi d’epoca: un acquerello di Watelet, «l’ordinaria signora Trollope» nella raffinata comunità anglofiorentina di metà Ottocento, il ritratto di Francis Marion Crawford «il più italiano dei tanti artisti, scrittori, pittori arrivati in Italia nell’Ottocento». A chiudere il volume una galleria di incontri a esilio concluso, nell’Italia finalmente ritrovata. Accanto a personaggi celebri, da Jorge Luis Borges a Isabel Allende, sfilano altri oggi troppo poco ricordati, come Iris Origo con il suo impegno nella causa dell’antifascismo e nella pratica dell’accoglienza e Maria Teresa León, grande scrittrice e moglie di Rafael Alberti, che riassumeva in poche, struggenti parole la malinconia dell’esilio: «Sono stanca di non sapere dove morire».
Tra l’esordio e la conclusione il vero cuore del libro, gli incontri personali in terra americana dove Angela Bianchini approdò dopo l’avventuroso viaggio che, da una Lisbona affollata di perseguitati in cerca di salvezza, le permise di lasciarsi alle spalle l’Europa devastata dalla violenza del fascismo e del nazismo. Baltimora, Università Johns Hopkins, dipartimento di lingue romanze nella Graduate School: da questo luogo, un crocevia di destini, si dipanano i racconti. Un piccolo mondo dove ciascuno a suo modo cerca di riannodare i fili di un’esistenza interrotta e dove l’altro è sentito come amico, fratello, rifugio, conforto. Presenze che mitigano la pena del distacco e lasciano sperare in giorni migliori. Ci si conosce, ci si avvicina, ci si ascolta pronti a cogliere luci di civiltà e di sapere da chi viene da culture e da paesi diversi. Nessuno è altro per l’altro, tutti uniti dal comune sforzo di farsi amica una terra straniera che non appartenendo ad alcuno finisce con l’essere di tutti. 

di Francesca Romana de’ Angelis

© Osservatore Romano    4.7.2017

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