L'ebreo errante · ​Dalla leggenda di Cartaphilus alla Shoah ·

giotto calvario e18592501ad0f69391b4369a250df0dfAntropologo e storico delle religioni, l’autore del volume L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo (Roma Editori Riuniti, 2018, pagine 216, euro 19,50) Marcello Massenzio, è presidente dell’Associazione Internazionale Ernesto de Martino.

Le sue ricerche più recenti vertono sul pensiero di de Martino e sulla dimensione mitico-simbolica valutata sia sul piano teorico che in relazione al divenire storico; in questo ambito si inserisce l’analisi del processo di trasformazione del mito dell’ebreo errante, dalle origini ai giorni nostri, oggetto dell’ultimo saggio pubblicato da Massenzio. Del libro pubblichiamo la prefazione scritta dalla storica Anna Foa.

L’atemporalità del mito e il tempo della storia, nell’intreccio tra questi due diversi sistemi, sono al centro di questo studio di Marcello Massenzio, che riprende con gli strumenti finissimi dell’antropologo e dello storico delle religioni tematiche da lui già frequentate in alcuni dei suoi studi recenti (La passione secondo l’ebreo errante, del 2006, Le Juif errant ou l'art de survivre, del 2010, fra gli altri), fino a tracciare un quadro vasto e complesso in cui il mito è rappresentato dall'immagine dell'eterno errante, l’Ebreo errante, e la storia dalla Shoah, dai pogrom e dai campi di sterminio, da Hitler e dai suoi carnefici. Il tutto centrato sui quadri di Marc Chagall, ma non senza allargare lo sguardo a Max Ernst, a Lévinas, a Elie Wiesel, e alla loro rilettura del mito. Nei dipinti di Chagall troviamo l’ebreo col suo sacco sulle spalle, e i suoi doppi, la donna in fuga col bambino e l'ebreo che porta in salvo i rotoli della Torah, tenui simboli di sopravvivenza come li legge Massenzio: E sullo sfondo, le Crocefissioni, col Cristo ebreo sulla croce, coperto dal tallit, lo scialle di preghiera ebraico. Fino alla riflessione finale, che rende più acuto il senso di tutto il libro e ci interroga sull’oggi: il passaggio dal mito alla storia e poi di nuovo al mito, l’intreccio sapiente tra questi diversi registri interpretativi, rende possibile che il tempo non si consumi, che quel passato, la Shoah, diventi, come scrive Massenzio, un «passato che non passa». Ecco il valore testimoniale del mito, che ripara la memoria dal logorio del tempo.
La prima formulazione del mito è del xiii secolo ed è dovuta alla penna del benedettino inglese Matthew Paris. Vi si narra di Cartaphilus, il portiere del pretorio di Pilato, che durante la Passione colpisce Gesù alle spalle per non farlo indugiare e per questo è condannato a vivere, errando, fino al Giudizio Finale. In questo suo eterno errare diventerà cristiano prendendo il nome di Joseph.
Nel Seicento Cartaphilus diventa Ahasuerus, il calzolaio ebreo testimone della Passione e destinato ad errare per la colpa di cui si era macchiato. L’erranza e l’immortalità sono le punizioni, la testimonianza della Passione e la malvagità degli ebrei che vi assistono il senso del mito.
Di questo mito Massenzio ripercorre la storia, prima quella interna al cristianesimo, tutta in negativo, dal suo primo apparire in veste fortemente antiebraica nel Medioevo, alle riletture di Goethe, in cui Ahasuerus diventa un uomo la cui unica colpa è quella di non comprendere, nella sua umana materialità, il sublime rappresentato da Cristo. Poi la veste ebraica, caratterizzata dal rovesciamento della valenza del mito e dalla sua riappropriazione. L’erranza diventa tipica delle vittime, non più dei persecutori, ma nel clima culturale del mondo ebraico tra Otto e Novecento si carica anche, potrei aggiungere, di una valenza in sé positiva, quella della diaspora, passaggio e movimento fra i mondi. Non più solo esilio, ma orgoglioso cosmopolitismo. Fino al terribile Novecento della Shoah. Con Chagall, la cultura ebraica non si è solo riappropriata del mito dell'ebreo errante, ma anche del Cristo crocifisso, simbolo del dolore dell'intero popolo. Sono gli straordinari dipinti in cui Chagall canta il suo popolo, perseguitato e distrutto: i pogrom del 1938, i campi di sterminio, la violenza dei nazisti, ma anche, in quel quadro straordinario sulla Rivoluzione Russa dipinto nel suo ventennale, nel 1937, il Lenin rappresentato capovolto, la rottura fra la Rivoluzione e gli anni che precedono la persecuzione del popolo ebraico e la Shoah. È il periodo delle grandi purghe di Stalin, e dell’assassinio da parte della polizia politica del pittore Yehuda Pen, grande amico di Chagall. E ancora, dopo la catastrofe, le riletture del mito nelle pagine di Wiesel e di Lévinas, dove l’ebreo errante sembra farsi carico di una nuova importante funzione, quella di impedire la dispersione della storia, di renderla immortale come immortale era Ahasuerus.
Un percorso completo, quindi, quello che Massenzio ha tracciato in queste pagine, delle metamorfosi del mito, delle sue diverse funzioni. Un percorso che attraversa molti aspetti della cultura sia cristiana che ebraica, in primo luogo l’arte figurativa, con Chagall, a cui ancora in questo libro, come già nei suoi scritti precedenti, l'autore dedica pagine emozionanti, in cui il fascino esercitato su di lui dal pittore si riverbera sul lettore incantandolo. E poi, la letteratura, dai racconti cristiani medioevali all’Ebreo errante di Goethe, a Borges, Apollinaire. E le pagine straordinarie qui dedicate al mito nel dopo Shoah, con il Maestro di Wiesel e di Lévinas, il Vecchio: nella realtà il rabbino Mordechai Shushani, il personaggio misterioso che negli anni del dopoguerra si propone come una veste nuova dell'antico mito, quella di rappresentare la straordinaria energia identitaria del popolo ebraico, condizione della sua sopravvivenza alla catastrofe di Auschwitz.
Da storica, posso dire di aver molto appreso da questo sapiente intreccio tra il mito, con il tempo immobile che lo caratterizza, e la storia, con il tempo che è sì in continuo movimento ma è anche aperto alle cancellazioni, alle rimozioni, all’oblio. Certo, per tracciare una trama tanto compiuta bisognava possedere gli strumenti di cui si avvale l'autore, la sua capacità di passare attraverso ponti invisibili dal tempo al non tempo, dall'immagine alla parola al pensiero. Di padroneggiare molteplici campi del sapere.
Non c’è più l’ebreo errante nell’installazione artistica con cui si chiude il libro, Shalechet (foglie cadute), dello scultore israeliano Menashe Kadishman, che occupa uno degli spazi del Museo Ebraico di Berlino. Ma errante è a questo punto il visitatore, obbligato a camminare sui dischi d’acciaio (appunto, le foglie) che rappresentano innumerevoli volti umani straziati dal dolore. Che ci ammoniscono, con la consapevolezza di quanto abbiamo letto, che lo scempio «non è un fatto concluso e remoto, ma una vicenda che si prolunga nel presente, un presente dai confini indeterminati e indeterminabili; ogni visitatore, rendendosi complice dello scempio, diviene testimone vivente della sua verità, che è posta al riparo, grazie al potere dei simboli, dall’azione logorante del tempo». L’ultima metamorfosi dell’ebreo errante ci coinvolge tutti.

di Anna Foa

©   © Osservatore Romano  3.11.2018