Una storia che protegga dalla Storia

ebrei-cristianidi CLAUDIO TOSCANI 1939, confini settentrionali della Romania.
Zalischik è un minuscolo villaggio situato all’estremità di una penisola creata da un fiume e abitata da una decina di famiglie ebree ignare di ciò che sta accadendo intorno a loro, sia pure avvertite che «un uomo coi baffi squadrati vuole rifare il mondo», cominciando a imprimere sui passaporti di alcuni una grande “J” rossa dal significato di jude.
La promessa del sole espressa nella copertina del romanzo Il sole ci verrà a cercaredi Ramona Ausubel (Milano, Garzanti, 2013, pagine 364, euro 17,60) si farà attendere lungo tutto il libro, piovoso, nebbioso, avvolto tra uno scroscio e l’altro da problemi di agibilità e di difesa: una latente malinconia e una palpabile incombenza drammatica fanno da sfondo alla narrazione, soprattutto dopo che un aereo, sorvolando il piccolo insediamento, va a sganciare il suo micidiale carico appena al di là dei monti, provocando tra l’altro un’inondazione che dà la prova del disastro, portando a valle un’infinità di reperti e, alla fine, più morta che viva, anche una sconosciuta subitamente accolta e confortata. Un fatto, un presagio; un avvenimento, un’angoscia. Presto i nazisti saranno qui, la piena della Shoah avrà un braccio minore ma altrettanto devastante che altrove. Alle impotenti famiglie di Zalischik, ancor più terrorizzate dal racconto delle nefandezze ricordate dalla sconosciuta, il rifugio in una storia che li preservi dalla Storia sembra l’unica percorribile idea di sopravvivenza. E l’abilità dell’autrice costruisce attorno a questo timido pugno di uomini, donne e bambini, una esemplare trama di magico realismo e di stupefatta morfologia di una fiaba lucidamente attonita e straniante che il lettore segue non senza soprassalti alla constatazione d’elementi paradossali che emergono dalla vita di tutti i giorni. Il macellaio, il fornaio, il sellaio, il ciabattino, il mietitore, il coltivatore di cavoli, il guaritore, ognuno impersona se stesso e insieme un mondo nuovo individuale e corale, consueto e insolito, pratico e sacrale («Stavamo in piedi in cerchio intorno alle nostre tavole e accendevamo candele mentre rivestivamo la stanza di preghiere»). Pregare è l’atteggiamento predominante di questa precaria comunità, anche se fra loro non c’è referente sacerdotale: Dio è principio e fine, e intervallo, della loro incerta, sempre più incerta idea di tempo. All’eco di passi biblici e di altre memorie religiose ciascuno intesse un destino inedito nel tessuto dell’attesa: una prospettiva che è ansia e speranza assieme, fede e inquietudine, incauta certezza e fiduciosa irrealtà, che il mosaico delle vicende familiari rende vivibile tra distorsioni temporali, azzardate contiguità di mondi, meraviglie e disincanti, collasso logico e sogni. E preghiere, fitte istanze di bene, di vita, di pace, di fraternità («Pregare per noi era come girare una chiave inglese o battere un chiodo: serviva a saldare insieme solidamente le nostre esistenze»). Ciò non toglie che al punto massimo della pena e del tormento, qualcuno scagli contro Dio, la sua silente presenza, qualche rancorosa apostrofe. Colei che narra e si rifà alla memoria degli antenati — il romanzo è metanarrativo — si firma alla prima e all’ultima pagina del libro, coinvolgendo genitori, fratelli e sorelle, zii e una scia di discendenti che popolano le pagine immersi in una rappresentazione favolistica e per immagini che sfuma in parole e pensieri per troppa dotazione di realtà: la linea che separa la minuziosa verità di quelle vite dall’altrettanto dettagliata invenzione del tempo nuovo e della scena che duplica un mondo inaccettato e inaccettabile è il costante impegno a non far cadere il silenzio sulle loro vite («Il processo di vivere è cedere quello che, per qualche giorno o anno splendente, ti è stato concesso di possedere»). Finché accadrà la tragedia e saranno spazzati via tutti, tranne coloro che per previo destino avranno avuto avventure lontano dal villaggio e dai loro stessi cari. Ma al medesimo, se non al maggior costo, di separazioni, scomparse, allontanamenti coatti o scelte inevitabili tra morte e vita, la perdita e il riacquisto della fede, l’appartenenza e lo sradicamento, la libertà e la prigionia. Quando la narrazione giunge al termine, e finalmente un raggio di sole trova quel che resta del villaggio e di qualche suo sparuto, dimentico superstite, il romanzo offre intero il suo significato, integro il sentimento che nulla è accaduto a caso e ciò che conta è la verità tramandata, il potere dell’immaginazione sopra l’o r ro re , la forza della speranza sopra quella degli avvenimenti, la possibilità del mondo di sopravanzare se stesso per quanti errori abbia commesso. «Questo è un libro — chiude Ausubel — sull’immenso valore che ha l’esistenza nel nostro essere individui, ma anche parte di una famiglia, di una tribù, della Storia».