Con la porta sempre aperta di TEODORO

arcobaleno porta sempre apertaII L’uomo africano è lo straniero della nostra epoca. È lui l’uomo descritto da nostro Signore Gesù Cristo. La Chiesa di Alessandria porta sulle proprie spalle il peso della storia alessandrina, della megalopoli cosmopolita e l’universalità che ha sempre caratterizzato fin dai tempi antichi il suo pensiero, al di là e al di sopra delle nazioni e delle razze. Secondo la tradizione alessandrina ogni straniero ha diritto — notate la parola “diritto” — di ricevere alloggio, cibo e protezione, come persona sacra, come uguale a tutti, come un’immagine di Dio.
La Chiesa conserva questa eredità ellenistica associandola inscindibilmente con la tradizione cristiana bizantina dell’a m o re , del sacrificio volontario per l’altro. La sua presenza nell’i n t e ro continente africano si mantiene lontana dalle intolleranze, dagli sciovinismi e dalle propagande. Persegue come proprio obiettivo fondamentale l’unità di tutti nella multiformità e nella pluralità, coltivando il rispetto per la persona umana, armonizzando le contrapposizioni tra le società e i popoli «nel vincolo della pace» ( Efesini , 4, 3), e avendo come regola fondamentale l’amore di Cristo, «che è il vincolo della perfezione» ( Colossesi , 3, 14). Oggi l’Europa è in preda al terrore e alle vertigini davanti all’ondata dei profughi e al fenomeno dell’immigrazione, ma la Chiesa di Alessandria vive questo evento ogni giorno nello sconfinato continente africano, dove conflitti bellici, guerre civili e disastri naturali di scala biblica producono continuamente ondate di profughi ridotti alla miseria. Quanto sono attuali le parole di Gregorio di Nissa, che esprime la condizione odierna di molte persone in molte regioni della terra, e in particolare in Africa, luogo della nostra giurisdizione, quando dice in modo significativo: «Il tempo presente ci ha procurato una grande quantità di ignudi e di senzatetto. Alle porte di ognuno vi è una folla di deportati. Non mancano stranieri e profughi; ovunque si vede la mano tesa a chiedere. Per costoro la casa è all’aperto, loro riparo sono i portici, i bivii e gli angoli più riposti delle piazze». Questa situazione di necessità assoluta è vissuta da decine di migliaia di africani nostri fratelli in Rwanda, in Sierra Leone, in Burundi, in Congo, in Sud Sudan e in molte altre regioni. Senza dimora e perseguitati, profughi nel loro stesso paese. Vedendo queste anime di Dio e le migliaia di bambini che ti guardano con i loro grandi occhi pieni di lacrime e di paura, prendiamo atto della necessità che la Chiesa dia il suo contributo nel fronteggiare e fornire soluzioni ai problemi sociali. E questo è naturale, perché lo scopo della Chiesa non è restare alla periferia della vita, ma accostarsi all’uomo in tutti gli aspetti e le manifestazioni della sua vita. Solo così lo serve, secondo l’esempio di Cristo, il quale non è «venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini» (cfr. Matteo , 20, 28; Marco , 10, 45). Un altro fatto degno di essere sottolineato è che i monasteri sono sempre stati porti di rifugio al riparo dei venti e baluardi di giustizia sociale per i viandanti, i forestieri e gli uomini senza dimora. Centinaia di persone trovavano conforto e ospitalità sotto i tetti dei monasteri. Questa pratica continua fino ai nostri giorni nella Chiesa di Alessandria, e un ottimo esempio in questo senso è il sacro monastero di San Giorgio del Vecchio Cairo. Ancor oggi passa da questo monastero una moltitudine di persone, per lo più non cristiane, per esservi ospitate e trovarvi ristoro. In questo modo continua incessantemente l’antica prassi delle regole monastiche che ordinavano che la porta dei monasteri restasse sempre aperta, poiché l’ospitalità era considerata una “virtù regale”. Lo straniero, dunque, deve essere accolto come immagine di Cristo, dal momento che lo stesso Cristo è diventato straniero ed è venuto sulla terra. Solo in questo modo, solo allora l’ospitalità degli stranieri può diventare benefica, poiché l’ospitalità è prima di tutto amore. La Chiesa di Alessandria, da parte sua, cerca di applicare questo comandamento nei suoi sforzi missionari nel tribolato continente africano. Ogni africano, come immagine di Dio, a prescindere dalla sua appartenenza razziale o religiosa, deve poter trovare chi si prende cura di lui in molti modi a ogni livello missionario e in ogni infrastruttura della Chiesa, fino agli estremi confini dell’Africa.

© Osservatore Romano 6 settembre 2017