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La presenza dei cristiani in Iraq è un bene per tutti

Questa nuova edizione del mio lavoro sulla Chiesa cattolica in Iraq vuole essere un atto di stima e di incoraggiamento verso un'antica cristianità, assai provata, i cui albori sono legati alla Pentecoste, quando lo Spirito Santo diede agli apostoli il potere di esprimersi nelle varie lingue, e tra i loro ascoltatori vi erano pure "abitanti della Mesopotamia" (Atti, 2, 9). Una tradizione risalente a Origene vuole che l'apostolo Tommaso vi abbia predicato, seguito poi da Addai, uno dei Settanta, e dai discepoli Aggai e Mari. In Mesopotamia il monachesimo, già nel vi secolo, consolidò poi le radici cristiane e contribuì sia all'educazione del popolo, sia allo sviluppo delle missioni fino alla lontana Cina. Tornano alla memoria nomi di dotte personalità e di luoghi suggestivi:  Efrem, dottore della Chiesa, Afraate, padre siriaco, Abraham, abate di Kaggkar, Dadiço, fondatore di Nethpar, Rabban Hormizd, fondatore del monastero rupestre di Alqosh. Come pure nomi di storiche Chiese di cui oggi restano solo ruderi o comunità non molto numerose:  Babilonia, Ninive (Mossul), Ctesifonte, Seleucia, Nisibi.
In verità, qui, tra il Tigri e l'Eufrate, la civilizzazione occidentale aveva preso forma quattro millenni prima di Cristo e il diritto vi era stato codificato. Ai confini dell'impero romano il cristianesimo aveva trovato uno sviluppo autonomo, fin quando dapprima omaidi e abassidi, poi persiani e ottomani, ne determinarono il contenimento e infine il declino.
Dopo cinque anni (2001-2006) di missione diplomatica e ecclesiale in questa favolosa terra - anni drammatici, a cavallo tra il vecchio regime di Saddam Hussein e l'attuale ancora anomala identità politica - lasciavo l'Iraq. Volli allora che i miei appunti su alcune vicende della Chiesa latina, intrecciate con quelle di altre Chiese (caldea, sira e armena), fossero stampati, per l'incoraggiamento di benevoli amici, nonostante la povertà dei mezzi di cui si disponeva e la mancanza assoluta di sicurezza in cui vivevamo a Baghdad.
Con questo lavoro mi piacerebbe dare consistenza storica, culturale e religiosa a quel pusillux grex rappresentato dai cristiani dell'Iraq, nell'auspicio che esso possa continuare a vivere e a esistere non per contrastare i musulmani - sunniti e sciiti infatti hanno qui alcuni dei loro luoghi più sacri - ma per realizzare una nuova forma di convivenza libera da quella dhimmitudine (tassa di sottomissione), che è stata causa di molti mali e, non di rado, anche di violenze. Mi piacerebbe che i cristiani iracheni si sentissero consapevoli di avere un ruolo importante soprattutto oggi, in un tempo di forte tentazione ad abbandonare il proprio Paese, alla ricerca di un futuro migliore.
Al lettore questo libro potrà risultare di qualche utilità per conoscere uno scenario storico-religioso non molto noto, portato alla ribalta da infelici guerre e dalle drammatiche conseguenze che ne sono derivate. Aiuterà pure a capire le radici di certi contrasti dei giorni nostri sulla guerra in Iraq.
La presenza dei cristiani in questa regione medio-orientale è un bene per tutti. È fattore di moderazione. E di tale fattore non potrebbe non giovarsene la pace internazionale.
L'idea di tracciare una breve storia della nunziatura in Iraq nacque durante i giorni dei bombardamenti di Baghdad. Una formidabile coalizione militare guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna attaccava l'Iraq il 19 marzo 2003. Ricorreva il mio anniversario di ordinazione episcopale e ricordavo chiaramente le parole di Papa Giovanni Paolo ii in San Pietro di due anni prima:  "Sono certo che sarai per loro (le popolazioni dell'Iraq) un messaggero di pace e di speranza".
Il 18 marzo erano partiti gli ultimi ambasciatori; l'atmosfera era tesa e quasi di fatalistica attesa:  qualcuno ordinò:  "Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufrate. Furono sciolti (...) per l'ora, il giorno, il mese e l'anno" (Apocalisse, 9, 14-15). E fu subito guerra!
Un mese prima, il Papa aveva inviato missioni a Baghdad e Washington per scongiurare la guerra; ma la decisione era già stata presa e a nulla valsero gli sforzi per evitarla. Le motivazioni prossime (possesso di armi chimiche e batteriologiche, cospirazione per gli attentati dell'11 settembre 2001 di New York) si rivelarono ben presto inconsistenti; quelle remote - riassetto del Medio-Oriente, conflitto palestinese, democratizzazione del mondo arabo, controllo delle fonti del petrolio - andranno alla verifica storica.
La nunziatura apostolica, come già in occasione della prima guerra del Golfo (1991), restò aperta e divenne un punto di riferimento per ecclesiastici, giornalisti e fedeli.
Bisognava pur trovare qualcosa di interessante per non lasciarsi prendere dalle sensazioni che generavano quei terribili bombardamenti che scuotevano Baghdad, mostrati in diretta dalle Tv di tutto il mondo. Al mattino visitavo con alcuni presuli le parrocchie, alla sera mi interessavo, tempo permettendo, agli archivi della sede. Trovai documenti degli inizi del Settecento. Cominciai, quasi per caso, a ricostruire l'itinerario storico che avevano percorso i miei predecessori; e mi addentrai nelle vicende di questa terra guardata con gli occhi di chi mi aveva preceduto. Non ero il primo a interessarmene. Nel xix secolo due delegati apostolici avevano lasciato, annotate a mano e in bella scrittura, succinte note storiche. Una qualche novità di questo breve lavoro consiste nel vedere gli eventi e gremio, dalla parte della cosiddetta "periferia", rispetto al centro, Roma.
Dal chirografo di Paolo vi incorniciato in una sala della nunziatura apostolica, si deduce che nel 2006 occorrerà il 40° anniversario dell'istituzione. Niente di meglio che scrivere allora, qualche appunto in vista di quella circostanza. Ne è nata questa composizione che racconta la sollecitudine dei papi per le cristianità di questa terra, dapprima con la creazione della diocesi latina di Baghdad, poi con la fondazione della delegazione apostolica di Mesopotamia, Kurdistan e Armenia Minore e, infine, della nunziatura apostolica in Iraq.
Anche se imperfetto, questo lavoro potrà risultare di qualche utilità per coloro che, interessati all'Iraq dai drammatici eventi di questi anni, amano avere qualche notizia in più sulla rappresentanza pontificia nella terra di Abramo, che fu culla delle più importanti culture dell'umanità:  dalla sumera all'akkadica, dalla babilonese all'assira, dalla siro-caldea all'islamica.
La storia è un intreccio di persone e di avvenimenti. E quella di oggi non prescinde da quella di ieri. Alcuni aspetti sembrano anzi ripetersi:  le invasioni della Mesopotamia, le terribili guerre che l'hanno intrisa di sangue, i dispotismi che l'hanno violentata, le cupidigie che l'hanno divorata. Grandezza e miserie, distruzioni e saccheggi, sequestri e riscatti, amore e morte; tutto è esistito qui da sempre! Lo racconta la Bibbia, lo dicono i suoi ruderi, lo urlano le tempeste di sabbia, lo scrivono libri e cronache di oggi.
Per brevi tempi ne sono stato testimone anch'io. Privilegio o fatalità? Direi più semplicemente:  Grazia!

(©L'Osservatore Romano - 6 luglio 2008)