Ultime notizie dell'uomo - di Fabrice Hadjadj - Terrore e tecnocapitalismo: per il paradiso premere il pulsante

capitalismo terrorismoIl primo scopo del terrorismo è, come dice il nome stesso, quello di provocare un clima di terrore e di sbigottimento tale che, nell'attualità, nei discorsi, niente abbia più importanza se non parlare del Daesh, della guerra in Siria, di Abdelhamid Abaaoud, dei suoi mandanti e dei suoi complici… I fomentatori di attentati riescono così a «ridefinire l'agenda mondiale» e a far girare tutto intorno alla
loro violenza ipnotica, al punto di farci dimenticare i doveri del nostro stato e le nostre battaglie più fondamentali: non dovremmo più giocare con i nostri figli, parlare degli uccellini, recitare Baudelaire o riflettere sulla Cop21, e la nostra battaglia per l'ecologia integrale contro il tecno-capitalismo sarebbe all'improvviso diventata antiquata in nome dell'unione nazionale contro il «nemico esterno».
Perché il nemico sarebbe soltanto esterno, senza dubbio. A prima vista non c'è nessun rapporto tra l'autoproclamato Stato Islamico e gli Stati tecnocratici, tra il fondamentalista musulmano e il transumanista occidentale: da un lato fideismo, dall'altro razionalismo; là, sharia, qui, regime democratico; là, famiglia patriarcale, qui, matrimonio per tutti, eccetera. E, tuttavia, quando si osserva più da vicino, è difficile non vedere i legami profondi, strutturali che li avvicinano e pure li identificano.
Comincerò da due indizi. Il primo porta il nome di Bruxelles. Dove si trova il crocevia del jihadismo europeo, là sono le istituzioni europee. È soltanto un caso? Ci si potrebbe comunque aspettare attorno a queste istituzioni meravigliose, fari del dopoguerra, uno sfavillio culturale, storico, greco-latino, se non giudaico-cristiano. Al contrario, a Bruxelles c'è il 30% di musulmani, e a Molenbeek e a Saint-Josse, Comuni della regione di Bruxelles-capitale, il 40% e addirittura il 50%… Come non riconoscere il segno di un insuccesso totale della «costruzione» dell'Europa? Ma anche, senza spingersi a denunciare con Bat'Yeor le probabili collusioni di una certa «Eurabia», come non discernere un rapporto tra la tecnocrazia europeista e il terrorismo del Daesh, rapporto che non sarebbe soltanto di reazione?
Secondo indizio: è corsa voce che i terroristi abbiano utilizzato per comunicare la chat della Playstation 4, più difficilmente tracciabile di quella di Gmail o di What'sApp. Che sia vero oppure no, già sapevamo dall'affare Snowden che la Cia sorveglia la Xbox e World of Warcraft. Basta d'altronde visionare i video che pubblicizzano lo Stato Islamico su Internet: ci si ritrovano tutti i codici dei videogiochi, dei film d'azione, kalashnikov in una mano, smartphone nell'altra. Questo basta per farci saltare la pulce all'orecchio… Si aggiunga inoltre il ruolo decisivo delle energie fossili nel finanziamento del gruppo terroristico (e nelle nostre complicità con alcuni petro-potentati che non li osteggiano), ed ecco un'eccellente introduzione ai sei punti di contatto che vorrei mettere in evidenza e che confermano una percezione più vasta, direi perfino più ecologica del combattimento:
1) Terroristi e tecnocapitalisti sono mondialisti. Non sono in relazione con una terra, né con una famiglia. Non hanno oikos. Le loro reti ignorano le frontiere, le realtà regionali, le differenze etniche, le trasmissioni tradizionali. Arruolano chiunque e dovunque nel loro grande macchinario conquistatore.
2) Assieme alla disincarnazione detta sopra, gli uni e gli altri promuovono una funzionalizzazione del corpo umano che è anche la sua mercantilizzazione per scopi di guerra (militare o finanziaria). Che sia per il traffico di organi, le Human Enhancement Tecnologies, la riduzione della vita a funzioni separabili, migliorabili e monetizzabili, o per l'arruolamento dei giovani come cartucce e carburante per il Califfato, i corpi sono in ogni caso smembrati. L'uomo-bomba e l'uomo-macchina sono fratelli.
3) L'importante per un terrorista non è tanto il numero delle sue vittime quanto il numero delle sue «visualizzazioni». Per esercitare il suo terrore egli conta sulla società dello spettacolo e sul potere ipnotico delle sue esecuzioni, raggiungendo così lo stadio supremo del capitalismo secondo Guy Debord: l'immagine che assorbe ogni vera lotta politica per farne un divertimento, una cosa che ci sollazza, e meglio di una ragazza che si accoppia a tutto schermo c'è soltanto un tipo che scoppia sulla scena di uno spettacolo rock (è qui che il porno trash e il puritanesimo Daesh sono in perfetta concordanza).
4) Si svela così un rifiuto simile della donna e del femminile come di ciò che sfugge al controllo fallico. Certamente, l'utero artificiale e il ventre piatto possono sembrare il mezzo estremo dell'egualitarismo e dell'emancipazione femminista. Sono in verità, stando all'antropologa Françoise Héritier, il colmo del dominio patriarcale, perché privano la donna del suo potere e della sua responsabilità più specifica: quella della gravidanza. La deprivazione tecnica realizza con altri mezzi ciò a cui mira la sottomissione coranica.
5) Il fondamentalismo tecnoscientifico e il fondamentalismo religioso, ciascuno a suo modo, rifiutano l'ordine della cultura. Per gli uni, è l'innovazione tecnologica che ha risposta a tutto; per gli altri, è il Corano. E allora, la storia, le arti, la letteratura, la musica, ciò che non è né articolo di consumo né pratica di religione, ma opera singolare che afferma il mistero dell'umano, viene completamente spazzato via. Si distrugge Palmira; o se ne fa un sito turistico. Si bruciano i libri; o li si trasformano in «oggetti culturali». Due modi opposti ma che si accordano per ignorare ogni vera cultura animi.
6) Certo, il grilletto e il detonatore non sono esattamente la stessa cosa del clic del mouse o dello sfioramento di uno schermo tattile. Eppure, per gli uni come per gli altri, il rapporto con il mondo non è quello della pazienza del coltivatore, ma della pulsione, dell'efficienza ultrarapida, dell'«interruttore volontario». Si tratta in ogni caso di guadagnare il paradiso spingendo un bottone.
È dunque sommamente importante, se non si vuole favorire l'«ascensione agli estremi» dei rivali mimetici, cercare di andare più in profondità e soprattutto al di là della semplice reazione o della sola «resistenza» (che facilmente ci trascinano e ci intrappolano sul campo dell'avversario) - verso un pensiero più radicale, al tempo stesso più religioso e più scientifico, che sappia rispettare le provvidenza del Cielo e i ritmi della terra.

© riproduzione riservata - Avvenire - 29.11.2015