Fascino sul Monte Athos
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- Creato: 25 Maggio 2016
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di ROSSELLA FABIANI Non capita spesso di vedere i monaci del Monte Athos fotografati e ripresi nelle loro attività quotidiane. Questi maestri sorprendenti che insegnano l’arte di vivere il Vangelo hanno avuto fiducia nel paziente lavoro di un uomo che ha fatto loro visita ben 25 volte in cinque anni. Duecento giorni di pellegrinaggi fotografici che Stratos Kalafatis ha compiuto tra il 2008 e il 2013 e che gli hanno permesso di arrivare a una profonda comprensione di questo mondo di fede e di spiritualità raccontato attraverso le 120 immagini che compongono la mostra curata da Afrodite Oikonomidou «Athos, i colori della fede» ospitata all’Accademia di Romania a Roma fino al 22 maggio con un catalogo (edizioni Agras) aperto da una sentita introduzione di Nikos Xydakis, ex ministro della cultura greco. Le foto testimoniano questa esplorazione e conoscenza quinquennale del Monte Athos, dei suoi paesaggi e dei suoi monasteri, ma soprattutto degli uomini che vi abitano.
«Il Monte Athos è difficile da fotografare — spiega Stratos Kalafatis — non tanto perché resiste al carattere laico della fotografia, ma piuttosto perché ha bisogno di tempo per essere svelato. Da più di mille anni rimane nascosto dietro una pittoresca semiologia, un folklore sentimentale, dietro interpretazioni mistiche e rivelazioni miracolose. È un mondo fatto di silenzio e di mistero, un luogo sospeso, in bilico tra passato e presente, tradizione e libertà, forza e debolezza, tra il buio e la luce. E non è semplice superare la sua storia poderosa, la sua religiosità profonda e creare immagini che rispettano il luogo senza ledere l’autonomia creativa del fotografo ». Lo sguardo più spirituale che estetico di Kalafatis ha dato vita a immagini che riescono a trasmettere l’essenza di questo posto unico descrivendo la sua storia e tradizione millenaria e documentando la natura rimasta quasi incontaminata e la bellezza selvaggia del paesaggio. Tuttavia la sensibilità del fotografo si rivolge al profondo, si ferma sui volti, sui dettagli della vita quotidiana, sulla lentezza del tempo, sul contrasto tra la ricchezza interiore e la povertà ascetica. Elementi che si combinano a forme e linguaggi del tutto contemporanei per costruire un racconto insolito del Monte Athos. E la lettura che Stratos Kalafatis ci propone di questa singolare penisola monastica diventa un anello della lunga catena di documentazioni fotografiche del più importante centro spirituale del monachesimo cristiano-ortodosso. Il primo fotografo ad arrivare al Monte Athos fu il russo Sebastianof che, nel 1860, produsse circa quarantamila immagini su lastra di vetro. Seguirono, nel XX secolo, nomi illustri, come Stephane Passet e Fred Boissonnas, oltre a una serie di famosi fotografi greci negli anni Cinquanta e Sessanta, come Takis Tloupas, Kostas Balafas e Spyros Metletzis. Come i suoi colleghi prima di lui, Kalafatis subisce il fascino singolare e irresistibile del Monte Santo dell’ortodossia e, catturando la vita conventuale da una nuova prospettiva, offre una versione inedita del più spettacolare complesso monastico d’E u ro - pa. Non è stato un turista, né tantomeno un fotografo invadente. Ha visitato il Monte Athos con estremo rispetto, si è avvicinato ai monaci gradualmente, ha parlato con loro, è stato ospite nelle loro celle, ha accettato la loro benedizione e i loro doni. E alla fine si è guadagnato la loro fiducia e ha avuto il permesso di immortalarli con la macchina fotografica creando una eccezionale galleria di ritratti di straordinaria forza. Anche per Kalafatis la scelta monastica, con il suo culto della preghiera e dell’adorazione, l’arte del discernimento degli spiriti e dei pensieri nascosti, la sua cultura dell’attenzione spirituale, la sua strategia di combattimento invisibile, è stata uno specchio in cui guardarsi. Perché, come scriveva San Teodoro Stilita nella sua lettera a un dignitario bizantino, stilando il programma della vita monastica: «Non crediate che questa lista valga per il monaco e non, tutta intera e ugualmente, per il laico». La mostra, dopo Roma, sarà al museo Manege di San Pietroburgo.
© Osservatore Romano - 26 maggio 2016