Testimoni coraggiosi

armeniadi KURT KOCH*

Il viaggio apostolico di Papa Francesco in Armenia che comincia il 24 giugno rappresenta una proficua opportunità per rafforzare le relazioni fraterne tra la Chiesa armena apostolica e quella cattolica, sviluppatesi a partire dal concilio Vaticano II. La visita, infatti, giunge quindici anni dopo quella compiuta nel 2001 da Giovanni Paolo II, che fu ospitato dal catholicos Karekin II nella sua residenza a Etchmiadzin.
Fu una novità assoluta. Due erano i motivi per cui il Papa accettò per la prima volta di alloggiare nella residenza di un altro capo di Chiesa: da un punto di vista pratico, la scelta fu suggerita dal fatto che il nunzio apostolico in Armenia non aveva una residenza a Yerevan. Si aggiungeva però un forte motivo ecumenico: il carattere fraterno dell’invito rivolto dal catholicos al vescovo di Roma. Karekin II voleva infatti offrire al Pontefice la stessa ospitalità riservata nel 1970 da Paolo VI al catholicos Vasken I negli appartamenti della Torre San Giovanni, in Vaticano, durante il suo soggiorno a Roma. Del resto, le visite ecumeniche favoriscono non solo uno scambio teologico, ma creano anche una cultura di amicizia in uno spirito di fratellanza e fraternità evangelica. Offrono la possibilità di accogliere e di essere accolti. L’ecumenismo mira a sviluppare una cultura di ospitalità e di amicizia, incoraggiando la condivisione sia della gioia sia del dolore tra i cristiani. Del resto essi sono sempre chiamati a guarire le ferite del passato e ad alleggerire il fardello gli uni degli altri. Papa Francesco visita il Paese che fu, come nazione, il primo a convertirsi ufficialmente al cristianesimo. La tradizione attribuisce gli inizi della predicazione all’op era dei santi apostoli Taddeo e Bartolomeo. L’adesione ufficiale, come nazione, al cristianesimo si fissa però tra il 301 e il 313 grazie a san Gregorio l’illuminatore, figura alla quale si ispireranno i vari incontri e le diverse celebrazioni in programma nel corso della visita del Pontefice. L’origine della Chiesa armena, infatti, risale al battesimo che san Gregorio amministrò al re Tiridate III d’Armenia nel 301, dopo che lo stesso sovrano costrinse il santo predicatore prigioniero per tredici anni in una grotta sotterranea a Khor Virap. La grotta, che è diventata uno dei principali santuari della Chiesa armena, sarà visitata da Papa Francesco. La comune conversione a Cristo fu un evento che segnò profondamente l’identità del popolo armeno; a ragione si può dunque parlare di “battesimo” della nazione armena. Proprio l’identità cristiana sarà uno dei fili conduttori del viaggio del Papa che ci ricorda come l’ecumenismo significhi camminare insieme: l’unità si fa “in cammino”. Come si legge nella Evangelii gaudium: «Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini, e che peregriniamo insieme» (n. 244). Camminando insieme con Cristo, si realizza l’unità. Il cammino ecumenico è un percorso comune, come si dice in greco, un sinodo. Siamo chiamati a percorrere insieme il cammino guardando con fiducia al giorno in cui, con l’aiuto di Dio, saremo uniti presso l’altare del sacrificio di Cristo, nella pienezza della comunione eucaristica. Perciò questa visita ecumenica ci invita a superare la “cultura dello s c o n t ro ”, che è fonte di divisione, e lasciare spazio alla “cultura dell’inc o n t ro ”, che ci educa alla comprensione reciproca e a operare per l’unità. «Il dialogo non è soltanto uno scambio di idee. In qualche modo esso è sempre uno scambio di doni » (Giovanni Paolo II, Ut unum sint, 28). Possiamo imparare tanto gli uni dagli altri. In tal senso, per esempio, la proclamazione di san Gregorio di Narek come dottore della Chiesa — avvenuta il 12 aprile 2015 — è stata un invito ad approfondire il tesoro spirituale del popolo armeno. E i frutti più positivi e significativi dell’ecumenismo maturati negli ultimi decenni sono individuabili, più che nei vari documenti comuni, proprio nel nuovo spirito che pervade i rapporti tra le Chiese. Papa Wojtyła ha parlato della fraternità cristiana ritrovata come del più importante frutto dell’ecumenismo: ci siamo riscoperti fratelli e sorelle in Cristo, abbiamo imparato ad apprezzarci gli uni gli altri e, insieme, abbiamo intrapreso il cammino verso la piena unità (cfr. Ut unum sint, 42). Elementi essenziali di unità sono stati mantenuti nonostante la divisione: possiamo essere profondamente riconoscenti del fatto che, dopo quasi millecinquecento anni di separazione, siamo comunque concordi su aspetti fondamentali quali la natura sacramentale della Chiesa, la successione apostolica nel servizio episcopale e l’impellente necessità di testimoniare nel mondo il Vangelo del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Aspetto fondamentale di questo cammino verso l’unità è, naturalmente, la preghiera. Perciò i momenti di preghiera occuperanno un posto essenziale in questo viaggio apostolico in Armenia. Pregare insieme è già vivere e realizzare l’unità. Come afferma il decreto conciliare la preghiera è «l’anima di tutto il movimento ecumenico» (Unitatis redintegratio, 8). L’unità non è soltanto il risultato dei nostri sforzi umani, ma è un dono dello Spirito Santo. «L’impegno ecumenico risponde alla preghiera del Signore Gesù che chiede che “tutti siano una sola cosa” (Gv 17, 21)» (Evangelii gaudium, 244). Papa Francesco ci ricorda che non bisogna soltanto pregare insieme ma anche pregare gli uni per gli altri. E già durante l’incontro dell’8 maggio 2014 con Karekin II il Pontefice si esprimeva così: «Preghiamo gli uni per gli altri: possa lo Spirito Santo illuminarci e guidarci verso il giorno tanto desiderato in cui potremo condividere la mensa eucaristica». Un cammino che è caratterizzato, tra l’altro, anche da quello che lo stesso Papa Francesco ha definito l’“ecumenismo del sangue”. La storia della cristianità armena è stata segnata da periodi di persecuzione e di oppressione. Il martirio, è diventato il tratto caratteristico dell’identità armena, visibile concretamente anche nelle splendide croci in pietra (katchkar) che s’incontrano in ogni angolo del Paese. A tale riguardo ricordiamo la commemorazione ecumenica dei testimoni della fede del XX secolo presieduta, la sera del 7 maggio 2000, da Giovanni Paolo II. Insieme a lui, nel Colosseo, c’erano i delegati ecumenici di varie Chiese e comunità ecclesiali cristiane e migliaia di fedeli. Citando la lettera apostolica Tertio millennio adveniente, il Papa osservò: «La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti» (n. 37). Infine, egli affermò che il prezioso lascito di questi testimoni coraggiosi, che è patrimonio comune di tutte le Chiese, parla con voce più forte di tutte le cause di divisione: «L’ecumenismo dei martiri e dei testimoni della fede è il più convincente; esso indica la via dell’unità ai cristiani del Ventunesimo secolo». Anche Benedetto XVI ha più volte ripreso e sviluppato il tema del martirio: «Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice: sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita (cfr. Gv 10, 10) in una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio» (Udienza generale, 11 agosto 2010). Francesco, come detto, si è soffermato a più riprese sul tema dell’ecumenismo della sofferenza. L’ecumenismo del martirio, l’ecumenismo del sangue è un potente richiamo a camminare lungo la strada della riconciliazione tra le Chiese: il sangue di molti cristiani è diventato seme dell’unità. Il Papa si è espresso in termini chiari il 12 aprile dell’anno scorso nell’introduzione della messa nella basilica di San Pietro, alla presenza dei due catholicoi della Chiesa armena apostolica e del patriarca della Chiesa armena cattolica: «Questo tempo è un tempo di guerra, una terza guerra mondiale “a pezzi”, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come “il primo genocidio del XX secolo” (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001), ha colpito il vostro popolo armeno — prima nazione cristiana — insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi». Il cammino comune, infine, porta anche a un impegno comune. E questo viaggio apostolico è un forte incoraggiamento a lavorare insieme per la pace e la giustizia, a testimoniare insieme importanti valori come la sacralità e la dignità di ogni vita umana e la santità del matrimonio, a cercare insieme come alleviare le sofferenze di tutti coloro che sono perseguitati a causa della loro fede, a sviluppare la solidarietà verso le minoranze cristiane e le altre minoranze nel Medio oriente, a costruire ponti di carità e di pace.

*Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

© Osservatore Romano 22 giugno 2016