Il segno più convincente

martiri 2di KURT KOCH

La Chiesa è sempre Chiesa che nasce dall’acqua e dal sangue; è dunque Chiesa nel martirio, in cui il battesimo si radicalizza nel battesimo del sangue. Se l’essere cristiani è davvero sequela di Gesù Cristo, che, per noi, si è rivelato sulla croce come martire per eccellenza, allora, per principio, l’essere cristiani non può escludere il martirio. In modo realistico, dobbiamo piuttosto partire dal presupposto che la sequela di Gesù può sempre implicare anche il martirio, che è la forma suprema di testimonianza dell’amore e della comunione.
Questo presupposto realistico è stato confermato mille volte nel corso della storia della Chiesa e lo è ancora di più nel mondo o dierno. Un esempio particolarmente significativo del fatto che i martiri sono introdotti nel mistero pasquale di Gesù Cristo, esempio che mette in luce la profonda dimensione cristologica del martirio, è quello di san Policarpo di Smirne. Egli visse all’ep oca dei discepoli degli apostoli e operò in Asia Minore, dove erano state fondate le prime comunità cristiane fin dal tempo degli apostoli. In questa regione, i cristiani vennero perseguitati già molto presto, come mostra quanto scritto da Giovanni alla comunità di Smirne: «Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita» (Ap o c a l i s s e, 2, 10). Nella comunità di Smirne, il vescovo Policarpo, prima di tutti, prese parte al calice della passione e della morte di Gesù Cristo. Policarpo è diventato come Cristo e la sua vita si è fatta dono e offerta eucaristica: come da Cristo non è venuto il veleno della distruzione di ciò che è vivo a causa della potenza della morte, ma è sgorgata la forza della vita, e lui stesso ci ha donato la vita come un buon pane, così anche l’innestarsi del testimone della fede Policarpo nel Corpo di Cristo, attraverso il martirio, vince la potenza della morte. Vivendo e donando la vita proprio attraverso la sua morte, il martire stesso è entrato nel mistero eucaristico. Ecco il motivo più profondo per cui gli atti dei martiri descrivono il martirio di san Policarpo come il «farsi eucaristia del martire» che «entra nella piena comunione con la Pasqua di Gesù Cristo, diventando così con lui eucaristia». Nella storia della Chiesa, più volte viene testimoniato questo «farsi eucaristia» di cristiani esemplari. La vicenda sicuramente più famosa è quella di san Lorenzo sulla graticola, nel quale, già nell’antichità, si ravvisava il modello originario dell’esistenza cristiana, nel senso che le difficoltà della vita possono diventare quel fuoco purificatore capace di trasformarci gradualmente, di modo che la nostra intera vita diventi dono per Dio e per gli uomini. In tempi più recenti, ricordiamo il martirio di san Massimiliano Kolbe, il quale muore lodando il Signore e offre la sua vita per un altro uomo, e nel quale il dono radicale avviene proprio nel dissolversi della sua intera esistenza. Questi esempi ci mostrano che il martirio cristiano non comporta soltanto una vita scaturita dal mistero eucaristico, ma anche e soprattutto l’essere immessi in questo stesso mistero. Uno sguardo alla storia ci mostra che il martirio fa parte della natura e della missione della Chiesa fin dalle sue origini. Questo è evidente già con la lapidazione di santo Stefano, il primo martire nella storia della Chiesa, e poi con le varie ondate di persecuzione perpetrate dagli imperatori romani ai tempi della Chiesa primitiva al fine di eliminare dalla società i cosiddetti “atei”, come erano definiti allora i cristiani. Anche nei secoli successivi, la storia della missione cristiana è stata una storia di martirio, soprattutto in Giappone e in Cina, in Corea e in Uganda. Nel ventesimo secolo, un numero inimmaginabile di cristiani sono stati perseguitati e uccisi a causa della loro fede, a cominciare dal genocidio armeno, che rappresenta la prima grande persecuzione dei cristiani nei tempi moderni, per arrivare soprattutto alle violenze compiute durante il regime del terrore del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico. Queste persecuzioni contro i cristiani hanno avuto una tale portata che si può tristemente affermare che nessun secolo come il XX secolo ha visto così tanti martiri cristiani. Quando i regimi del terrore sono crollati, quando è caduto il muro di Berlino ed è stata sollevata la cortina di ferro, si è iniziato a nutrire la speranza in una coesistenza non-violenta e pacifica nel chiaro rispetto della libertà di religione. Nonostante questi sviluppi positivi, le persecuzioni contro i cristiani non sono tuttavia cessate. Piuttosto, alla fine del secondo millennio e all’inizio del terzo, il cristianesimo è tornato a essere una Chiesa di martiri. La nuova generazione di martiri ha assunto tali dimensioni da spingerci a dire che oggi ci sono addirittura più martiri cristiani che al tempo delle persecuzioni nei primi secoli della Chiesa. L’ottanta per cento di coloro che oggi, a causa della loro fede, sono perseguitati e devono subire discriminazioni, pesanti svantaggi e a volte dure ostilità sono cristiani. Nel mondo odierno, la fede cristiana è la religione più perseguitata. In generale, possiamo dire che oggi, in venticinque Paesi, i cristiani corrono il rischio di essere maltrattati, imprigionati e uccisi a causa della loro fede. Il fatto che il martirio faccia parte in maniera essenziale della fede cristiana è un’esp erienza fondamentale del cristianesimo nel mondo odierno, dove tutte le Chiese e le comunità cristiane hanno i propri martiri. Oggi i cristiani non sono perseguitati perché appartengono a una specifica comunità di fede cristiana, ma perché sono cristiani. Essendo oggi il martirio ecumenico, si deve parlare di un vero e proprio ecumenismo dei martiri o di un ecumenismo del sangue. In tutta la sua tragicità, esso contiene però anche una grande promessa. La Chiesa antica era convinta che il sangue dei martiri fosse seme di nuovi cristiani, come affermava lo scrittore cristiano Tertulliano: sanguis martyrum semen Christianorum. Anche noi oggi possiamo serbare la speranza e la salda fiducia che il sangue di così tanti martiri del nostro tempo un giorno sarà seme della piena unità ecumenica del Corpo di Cristo. Di questa speranza ha reso, per esempio, una bella testimonianza l’esarca cattolico Leonid Fjodorow, quando ha espresso la sua profonda convinzione che «la riunificazione della Russia ortodossa con la Santa Sede Apostolica è una missione di ordine assolutamente sovrannaturale» e, come tale, non può essere concepita «senza martirio». La testimonianza che Fjodorow ha reso nel contesto della riconciliazione della Chiesa tra Oriente e Occidente vale certamente anche per l’ecumenismo in generale, in quanto i martiri non soltanto sono un grande aiuto sul cammino verso l’unità in Cristo e nel suo Corpo, ma realizzano già questa unità e offrono pertanto la forma suprema della testimonianza comune. «Noi siamo uniti sullo sfondo dei martiri, non possiamo non essere uniti» Queste parole, pronunciate dal santo Papa Giovanni Paolo II al termine della via crucis al Colosseo, il venerdì santo del 1994, esprimono il motivo di fondo alla base del suo grande impegno ecumenico. Per Papa Giovanni Paolo II, infatti, l’ecumenismo dei martiri è la forma più credibile dell’ecumenismo. Nel porre questo accento sull’ecumenismo dei martiri, il Papa dimostra anche di riconoscere esplicitamente, rendendo loro omaggio, i cristiani di altre Chiese e comunità cristiane che hanno dato la vita per la loro fede in Gesù Cristo come martiri e testimoni della fede dell’unica, indivisa cristianità. Per comprendere l’imp ortanza di questa pratica del mutuo riconoscimento dei martiri cristiani, diventata oggi normale, è utile gettare un breve sguardo alla storia, che ci mostra come, in realtà, per molto tempo vigesse la pratica contraria. Venivano riconosciuti come martiri soltanto coloro che, con la loro vita, rendevano testimonianza della verità integrale di Cristo. Poiché non si poteva ammettere che potesse esserci un simile “sì” alla verità integrale di Cristo anche al di fuori della Chiesa cattolica, non era possibile riconoscere, come tale, il martirio avvenuto in altre comunità cristiane. Questo atteggiamento contrassegnava già il cristianesimo dei primi tempi, quando venivano riconosciuti come martiri soltanto i testimoni della fede della Chiesa cattolica, mentre il sacrificio della vita di chi apparteneva a comunità eretiche era considerato privo di valore e nullo. Ancora più restrittivo è diventato il concetto di martirio dopo gli scismi nella Chiesa, quando i fedeli delle varie Chiese cristiane hanno dato la vita per rimanere fedeli alla professione di fede cristiana osservata nella propria confessione, non raramente uccidendosi gli uni gli altri; tuttavia, ciascuna comunità era solita riconoscere come martiri soltanto i propri testimoni della fede, seppure tutti concepissero il proprio martirio come testimonianza resa a Cristo. Questa visione confessionalmente restrittiva è stata superata con il concilio Vaticano II, grazie a un nuovo sguardo rivolto a quelle Chiese cristiane e comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica, ma con le quali la Chiesa cattolica sa di essere «per più ragioni congiunta» (Lumen gentium, 15). Il motivo di questo legame è ravvisato dal decreto sull’ecumenismo Unitatis redinteg ra t i o innanzitutto nel battesimo, che costituisce «il vincolo sacramentale dell’unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati» e che fa sì che ci sia «una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica». Tra questi elementi, la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium annovera in modo particolare «una certa vera unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro egli opera con la sua virtù santificante per mezzo di doni e grazie e ha dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento del sangue». Con queste importanti affermazioni del concilio, è stata riconosciuta la realtà del martirio anche in altre Chiese cristiane. Già durante il concilio, Paolo VI confermò tale nuova visione, quando, il 18 ottobre 1964 proclamò santi i martiri dell’Uganda e rese omaggio così anche agli anglicani che avevano sperimentato le stesse sofferenze dei loro fratelli cattolici. La dimensione ecumenica del martirio è stata messa in evidenza da Papa Giovanni Paolo II soprattutto con la celebrazione comune tenutasi al Colosseo, luogo estremamente simbolico dal punto di vista storico, nel giubileo dell’anno 2000, quando, alla presenza di alti rappresentanti di varie Chiese e comunità ecclesiali, il Papa commemorò i martiri del Ventesimo secolo, ascoltandone le testimonianze di fede, tra cui quelle del metropolita ortodosso Serafim, del pastore protestante Paul Schneider e del padre cattolico Massimiliano Kolbe. Tale celebrazione ha permesso di sperimentare la profonda comunione nella fede che unisce i cristiani delle varie Chiese e comunità ecclesiali, nonostante le differenze e gli ostacoli tuttora esistenti. Difatti, nella persecuzione comune, per esempio nei campi di concentramento nazisti e nei gulag comunisti, i cristiani e le comunità ecclesiali si sono ravvicinati, hanno scoperto ciò che li accomuna nella fede e hanno allacciato un’amicizia. Lo sforzo di valorizzare l’importanza dell’ecumenismo dei martiri è stato proseguito da Papa Benedetto XVI, che ha accentuato soprattutto la dimensione cristologica del martirio. Durante la sua visita nel 2008 alla basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dedicata ai martiri del Ventesimo secolo, ha osservato che apparentemente sembra «che la violenza, i totalitarismi, la persecuzione, la brutalità cieca» si rivelino più forti, mettendo a tacere la voce dei testimoni della fede, i quali «possono umanamente apparire come sconfitti della storia», ma che Gesù risorto illumina la loro testimonianza, così che «la forza dell’amore», che «sfida e che vince la morte», si rivela vittoriosa «anche nell’apparente sconfitta». Anche Papa Francesco non si stanca mai di far riferimento all’ecumenismo dei martiri o, come lui lo definisce, all’«ecumenismo del sangue». Papa Francesco parte dalla constatazione che i cristiani oggi non vengono perseguitati perché sono cattolici o ortodossi, protestanti o anglicani, ma perché sono cristiani. Sono dunque soprattutto gli stessi persecutori a suggerirci l’ecumenismo del sangue. Infatti «per i persecutori, noi non siamo divisi, non siamo luterani, ortodossi, evangelici, cattolici… No! Siamo uno! Per i persecutori siamo cristiani! Non interessa altro. Questo è l’Ecumenismo del sangue che oggi si vive». Nell’ecumenismo dei martiri incontriamo anche una grande sfida, che Papa Francesco ha riassunto con questa frase incisiva: «Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?». Non è allora una vergogna che i persecutori dei cristiani abbiano una migliore visione ecumenica di noi stessi, poiché hanno capito che i cristiani sono fondamentalmente una cosa sola? Essendo la sofferenza di così tanti cristiani nel mondo odierno un’esp erienza comune, l’ecumenismo del sangue rappresenta per Papa Francesco addirittura il «segno più convincente» dell’ecumenismo oggi. La consapevolezza dell’imp ortanza dei martiri cristiani odierni e la ricerca ecumenica dell’unità sono indissociabili. Come figura esemplificativa di numerose altre va ricordato il sacerdote incardinato nella diocesi di Friburgo Max Josef Metzger, che già molto tempo prima dell’incarcerazione da parte dei nazisti si era impegnato a favore del movimento ecumenico, avendo a cuore tra le sue priorità la promozione della pace nel mondo e l’unità della Chiesa, e che nel 1939, dal carcere, rivolse a Papa Pio XII una lettera appassionata, suggerendo la convocazione di un concilio ecumenico per poter «trovare una soluzione» alla «questione relativa al destino della cristianità» nell’umiltà e nell’amore, come egli espresse in maniera incisiva: «Questo tempo estremamente difficile — e attraverso di esso ci parla Dio — esige urgentemente che vengano compiuti gli ultimi sforzi per superare le divisioni della Chiesa cristiana affinché si realizzi in tutto il mondo il regno della pace di Cristo». In questa una sancta in vinculis, come il martire protestante Dietrich Bonhoeffer definì lo stretto legame ecumenico esistente tra i cristiani delle varie Chiese nella loro resistenza ai violenti regimi nazista e comunista, incontriamo la forma più credibile della testimonianza comune, sulla quale si basa la speranza nell’unità, testimonianza che ci esorta a continuare a costruire sul fondamento dell’unità posto dai martiri per l’unità e a annunciare, rendendo una comune testimonianza, il Vangelo di Gesù Cristo nel mondo odierno: nell’umiltà e nell’amore.

© Osservatore Romano - 11 settembre 2016