Un Ippocrate salernitano · ​Costantino Africano e i doveri del medico ·

Scuola medica salernitana nel codice di Avicenna sec XICostantino Africano (1020 circa - 1087) è un monaco benedettino che con le sue versioni dall’arabo e dal greco di numerosi trattati di medicina, ebbe molta influenza dalla vicina Montecassino sugli sviluppi della Scuola Medica Salernitana.


Pietro Diacono, che dell’abbazia un secolo dopo sarebbe stato chartularius ac bibliothecarius ovvero archivista e bibliotecario ( De viris illustribus Casinensibus) non manca di dedicare un capitolo in questo stesso libro a Costantino tracciandone le vicende biografiche e dando quindi un elenco delle sue opere mediche. Pietro ne ripercorre la vicenda avventurosa che dalla natia Cartagine lo aveva portato a Babilonia a studiare grammatica, dialettica, fisica, geometria, aritmetica, matematica, e ancora «l’astronomia, la negromanzia, la musica e la fisica dei caldei, degli arabi e dei persiani». Per completare il suo sapere si era spinto fino in India, Etiopia ed Egitto in un viaggio durato trentanove anni alla fine del quale aveva fatto ritorno in patria.
A Cartagine tuttavia la sua erudizione destò sospetto e invidia tanto che i suoi concittadini «pensarono di ucciderlo». Allora lo studioso si imbarcò su una nave alla volta di Salerno e qui, grazie alla sua enciclopedica cultura medica, entrò prima nelle grazie del duca Roberto il Guiscardo e poi si fece monaco presso l’abbazia di Montecassino, «accolto assai volentieri da Desiderio» che in quegli anni era l’abate (1058-1087). 

Nella solitudine del monastero Costantino traduce, stando sempre al racconto di Pietro Diacono, «i libri di medicina di diversi popoli». L’archivista bibliotecario ne elenca ventitré. Il primo è Pantegni, considerato la summa dell’arte medica medievale (il titolo è una deformazione del greco pan-téchne, tutta l’arte, tota ars); contiene una interessante dedica a Desiderio nella quale Costantino espone il suo progetto scientifico di presentare «tutti i buoni autori di medicina, antichi e moderni (…) per formare un medico perfetto».
Il suo è un lavoro di sintesi. Egli sa, infatti, che «non si possono comprare i libri di tutti». Lo scopo tuttavia che lo muove è «il desiderio di formare il medico perché possa mantenere chi è sano in buona salute e restituire al malato la buona condizione fisica perduta».
Nel Prologo, ancora scritto di suo pugno e intitolato Quali debbano essere gli studenti di medicina, Costantino, quasi come un preludio alla Theoria che sarebbe stata esposta in seguito, fornisce dei principi di etica medica che corrispondono nel metodo anche all’attuale bisogno di una formazione etica di chi ha scelto di fare questo tipo di studi (vedi a questo proposito Ferdinando Cancelli, L’insegnamento dell’etica nelle facoltà di medicina, «L’Osservatore Romano» del 15 novembre 2017). Lo scritto di Costantino si presenta come un vero e proprio decalogo «su ciò che è necessario che il medico sappia» non solo relativamente alla sua arte ma anche in relazione alla dimensione morale entro cui si trova ad agire e operare. Vale la pena perciò riportare quanto egli scrive in questa premessa. I temi trattati e la grande capacità di sintesi con cui sono riportati danno a questo documento una connotazione particolare che lo rende simile a un giuramento di Ippocrate redatto però in epoca medioevale. In questo Prologus Costantino ha modo di annotare una serie di precetti che iscrivono la medicina in un ampio orizzonte etico.
«Il medico — scrive — si impegni a ridare la salute a chi è infermo e ciò senza sperare di farci un guadagno. Egli prenda in considerazione tanto i ricchi quanto i poveri, tanto i nobili quanto quelli che non lo sono. Non insegni l’uso di pozioni nocive e non si mostri accondiscendente con chi lo fa. Badi che chi è inesperto, fondandosi sulla sua autorità, non somministri una pozione letale. Non insegni come si prepara un farmaco abortivo. Egli deve essere il solo a conoscere la malattia che gli viene confidata, dal momento che è possibile che un malato riveli al medico ciò che ai familiari arrossirebbe di confessare. Fugga la lussuria e stia alla larga dai piaceri del mondo e dal bere. Nel curare la salute del corpo si applichi assiduamente allo studio e non si stanchi di leggere. Quando non avrà i libri a portata di mano faccia ricorso alla memoria. Non disdegni di fare visita ad alcuni particolari malati e sia sempre impegnato nella ricerca. Sia pio, umile, mansueto, amabile e chieda sempre di essere soccorso dall’aiuto di Dio».
In poche righe il dotto monaco cassinese traccia attorno al futuro medico il perimetro etico in cui egli dovrà agire prima ancora di scendere nel dettaglio dei contenuti. L’attenzione alla persona, il suo agire democratico, la riservatezza e l’aggiornamento costante svelano al futuro dottore una complessità morale di cui egli dovrà farsi carico e di cui dovrà sempre tenere conto nell’esercizio della professione. Con le sue verità questo preambolo viene incontro, dopo mille anni, al bisogno — evidentemente di oggi e di sempre — del necessario prerequisito valoriale per chi si accinge a intraprendere il mestiere così affascinante e difficile del prendersi cura degli uomini.

di Lucio Coco

©   © Osservatore Romano   20.1.2018