Libano Per i siriani rifugiati in Libano. Là dove abita la speranza - L'Osservatore Romano
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- Creato: 28 Febbraio 2018
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«Qui riceviamo assistenza medica gratuita. Non abbiamo soldi per pagare le strutture private. Nel centro clinico Caritas sono tutti gentili. Ci accolgono con un sorriso e sono molto professionali»: è la testimonianza di Fatima, una mamma siriana che,insieme al marito, ha portato la loro bambina, Soad, presso il centro medico di Caritas Libano, poco fuori Beirut, a Rayfoun, per sottoporla alle vaccinazioni. Di sanità pubblica, per loro che sono rifugiati, nemmeno a parlarne. Anche il pagamento del ticket rappresenta un problema. Il suo racconto è stato raccolto dai rappresentanti delle Caritas diocesane, in questi giorni in visita di solidarietà in Libano, presso i campi che accolgono migliaia di profughi.
«Vengono da ogni parte del paese. Spesso — racconta Rania Bteich, responsabile delle infermiere del centro — si sobbarcano ore di spostamenti per ricevere una degna assistenza sanitaria». I loro neonati portati in braccio, avvolti in coperte. Nessuna di loro ha una carrozzina o un passeggino. «Molti rifugiati siriani — spiega ancora Bteich — vivono in ambienti di fortuna, spesso non hanno riscaldamenti, per questo i loro bambini presentano casi di malattie da raffreddamento come tosse, bronchiti, otiti».
Ai profughi ora si aggiungono anche i libanesi appartenenti alle fasce più povere della popolazione, quelle che hanno maggiormente risentito dell’arrivo dei rifugiati e della crisi economica e sociale che ne è derivata. Nel centro, uno dei dieci di Caritas Libano sparsi nel territorio, e finanziati in parte anche da Caritas italiana si effettuano oltre settecento visite mensili, ambulatoriali e specialistiche. È attiva anche una farmacia, che soddisfa oltre un migliaio di richieste di medicinali al mese. «I casi con patologie più gravi — sottolinea Rania Bteich — vengono comunque indirizzati negli ospedali».
Il marito di Fatima, Ahmed, di mestiere fa l’elettricista e come tutti i siriani rifugiati nel paese dei Cedri non può lavorare legalmente che in tre settori: edile, agricolo e ambientale. Il suo è un lavoro saltuario e quei pochi soldi che guadagna non bastano per la famiglia. Soad ha tre fratelli di 13, 8 e 7 anni. «Non possiamo permetterci una macchina — racconta Fatima, una laurea in economia e commercio conseguita ad Aleppo — così per muoverci a Beirut facciamo l’autostop». In Caritas Libano hanno trovato un sostegno forte, ma la nostalgia si fa sentire. «La Siria mi manca molto. Le poche forze che abbiamo — ha sottolineato la donna — sono per i nostri figli, sono loro il nostro futuro. Vogliamo che vadano a scuola, che possano vivere sereni, magari in Europa o negli Stati Uniti».
Negli ultimi anni sono arrivati in Libano oltre un milione di siriani, senza contare gli iracheni e la presenza ultradecennale dei palestinesi. Secondo padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, «solo nel primo semestre del 2017 sono nati centosettantamila bambini da famiglie rifugiate. Sono bambini che non hanno diritti e cittadinanza, nati invisibili».
L'Osservatore Romano, 27-28 febbraio 2018. «Vengono da ogni parte del paese. Spesso — racconta Rania Bteich, responsabile delle infermiere del centro — si sobbarcano ore di spostamenti per ricevere una degna assistenza sanitaria». I loro neonati portati in braccio, avvolti in coperte. Nessuna di loro ha una carrozzina o un passeggino. «Molti rifugiati siriani — spiega ancora Bteich — vivono in ambienti di fortuna, spesso non hanno riscaldamenti, per questo i loro bambini presentano casi di malattie da raffreddamento come tosse, bronchiti, otiti».
Ai profughi ora si aggiungono anche i libanesi appartenenti alle fasce più povere della popolazione, quelle che hanno maggiormente risentito dell’arrivo dei rifugiati e della crisi economica e sociale che ne è derivata. Nel centro, uno dei dieci di Caritas Libano sparsi nel territorio, e finanziati in parte anche da Caritas italiana si effettuano oltre settecento visite mensili, ambulatoriali e specialistiche. È attiva anche una farmacia, che soddisfa oltre un migliaio di richieste di medicinali al mese. «I casi con patologie più gravi — sottolinea Rania Bteich — vengono comunque indirizzati negli ospedali».
Il marito di Fatima, Ahmed, di mestiere fa l’elettricista e come tutti i siriani rifugiati nel paese dei Cedri non può lavorare legalmente che in tre settori: edile, agricolo e ambientale. Il suo è un lavoro saltuario e quei pochi soldi che guadagna non bastano per la famiglia. Soad ha tre fratelli di 13, 8 e 7 anni. «Non possiamo permetterci una macchina — racconta Fatima, una laurea in economia e commercio conseguita ad Aleppo — così per muoverci a Beirut facciamo l’autostop». In Caritas Libano hanno trovato un sostegno forte, ma la nostalgia si fa sentire. «La Siria mi manca molto. Le poche forze che abbiamo — ha sottolineato la donna — sono per i nostri figli, sono loro il nostro futuro. Vogliamo che vadano a scuola, che possano vivere sereni, magari in Europa o negli Stati Uniti».
Negli ultimi anni sono arrivati in Libano oltre un milione di siriani, senza contare gli iracheni e la presenza ultradecennale dei palestinesi. Secondo padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, «solo nel primo semestre del 2017 sono nati centosettantamila bambini da famiglie rifugiate. Sono bambini che non hanno diritti e cittadinanza, nati invisibili».