Pena di morte e Catechismo: la “riforma nella continuità”

san pietro3 fill 226x216Giovanni Marcotullio - Paul Freeman -  fonte: ilcattolico.it & Aleteia
Da liceale io e un mio compagno di banco scoprimmo con sgomento l'articolo 2267 del CCC: il professore di Filosofia indovinò il nostro pensiero senza neppure guardare a che pagina tenessimo aperto il volume. Oggi alcuni parlano di “scardinamento dottrinale”, ma il rescritto di Papa Francesco ha posto una tessera in un mosaico disegnato molti secoli fa.

Quando ieri ho appreso la notizia del rescritto pontificio con cui si modificava l’articolo 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica ho reagito con una profonda alzata di sopracciglia. No, forse così non rendo l’idea, non voglio dire che la cosa mi abbia lasciato indifferente: intendo che ho risposto come risponderebbe chiunque venendo a conoscenza di una notizia attesa da tempo eppure non grandiosa, scontata. Non banale, ma insomma una cosa che andava fatta: ecco, più o meno come se mia moglie mi avesse comunicato di aver svuotato i cestini nei cassonetti (e non sembri irriverente il paragone: la spazzatura è sì un rifiuto, ma resta prezioso per l’avvenire ed è testimonianza di un’azione sapiente del passato – proprio come è per l’articolo del CCC in questione).

E invece ancora una volta la blogosfera mi ha sorpreso con la sua prevedibilità: da un lato quelli che inneggiavano a “gesto epocale”, dall’altro quelli che si stracciavano le vesti per “l’ennesimo scardinamento dottrinale”. Va da sé, ma a questo punto meglio ribadirlo, che nessuna delle due definizioni è calzante: come ha ben scritto il cardinal Ladária, si tratta sì di “un autentico sviluppo della dottrina”, ma pure di uno sviluppo autentico, cioè vero e proprio, congruo alla sostanza trattata e conforme all’autorità responsabile.

E – come spiega bene il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – si tratta di una modifica postulata già da tempo, perlomeno dalla Evangelium vitæ di Giovanni Paolo II (25 marzo 1995), che seguì di tre anni la prima redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Desta stupore in effetti come certuni considerino intoccabile un testo (autorevolissimo, sì, ma) per sua natura compilativo: l’autorità del Catechismo deriva infatti da quella della Chiesa (ciò che non vale – non allo stesso modo, ad essere precisi – per la Scrittura), e se il supremo legislatore della Chiesa intende intervenire a ritoccarlo, è suo preciso diritto (e dovere) farlo.

Ma come e perché ciò accada avevo provato a spiegarlo già ieri, con un rapido commento sui social. Lì osservavo che la “Dottrina” si divide in varie branche, tra cui distinguiamo per comodità:

  • De fide (tutto ciò che riguarda il contenuto del depositum fidei)
  • De fide revelata (ad esempio il Regno di Dio)
  • De fide definita (ad esempio la consustanzialità del Figlio al Padre)
  • De fide revelata et definita (ad esempio il dogma cristologico calcedonese).

Poi ci sono questioni di morale e di disciplina, che dipendono più o meno direttamente dalle questioni de fide, e che sono tanto più riformabili quanto più sono distanti dai contenuti veri e propri della fede cattolica.

Chiunque vede bene che la moralità della pena di morte è molto (ma molto) distante da qualsivoglia contenuto della fede cristiana: desta stupore che si debba spiegare che è il diritto alla legittima difesa a doversi conciliare con il decalogo e col comandamento nuovo… e non il contrario.

A chi poi sappia anche leggere un poco i documenti sarà evidente che già Giovanni Paolo II fece tutto quanto poteva, dopo l’abolizione della pena capitale nello Stato Pontificio (Paolo VI), scrivendo nel Catechismo che nelle attuali condizioni dello stato civile e sociale la pena di morte resta solo teoricamente ammissibile ma praticamente sempre da scartare. Dopo di questo Benedetto XVI si fece più audace nel chiedere addirittura alla comunità degli Stati di abolire in toto la pena di morte, e dunque il rescritto di Francesco, col quale si ritocca quel (nient’affatto irriformabile) articolo del CCC, è non solo lecito ma un esito naturale e prevedibile del recente trend magisteriale. Si potrebbe ravvisare in questo caso un esempio pratico dell’ermeneutica della riforma nella continuità di cui parlava Benedetto XVI nel celeberrimo discorso di Natale alla Curia Romana del 2005.

A queste considerazioni se ne possono aggiungerne almeno due. Una prima di corollario all’unico numero riformato ed una all’azione dello Spirito Santo, implicita in quanto detto finora. La prima è che tale rettifica non include i numeri precedenti sulla legittima difesa, elencati di seguito:

2263 La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un’eccezione alla proibizione di uccidere l’innocente, uccisione in cui consiste l’omicidio volontario. « Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore ». 174 « Nulla impedisce che vi siano due effetti di uno stesso atto, dei quali uno sia intenzionale e l’altro preterintenzionale ». 175

2264 L’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale:

« Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita […]. E non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui ». 176

2265 La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.

2266 Corrisponde ad un’esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell’uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l’ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole.

Infatti la Pena di Morte veniva usata quale extrema ratio, come estensione del medesimo legittimo principio, «quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani». L’autocoscienza dell’umanità che è guidata non solo da principi immorali ma anche morali interni (l’uomo è ferito ma non corrotto, come diceva Lutero) porta o può portare l’umanità stessa ad una più alta coscienza della sua intima essenza e dignità.

Il secondo aspetto esplicita meglio quanto dicevamo circa la ratio del (corretto) sviluppo dogmatico, che Ladária stesso ha annunciato con queste categorie, e cioè come dice Gesù stesso dice ai discepoli: lo Spirito Santo «vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13), essendo Egli stesso «lo Spirito di Verità» (cf. Gv 14,17; 15,26; 16,13). Ci sono dunque dei processi ineludibili di adesione alla Verità nello Spirito Santo che non sono terminati e che da parte nostra implicano certamente adesione allo stesso Spirito, discernimento nello Spirito Santo ed evitare la “Bestemmia allo Spirito Santo” che è anche quell’atteggiamento (talvolta habitus) che in nome della Dottrina impedisce alla Dottrina stessa di volgere alla Verità tutta intera nell’azione dello stesso Spirito.

Questo secondo aspetto ci risulta tanto più ostico quando:

  1. non facciamo una adeguata vita e formazione liturgica;
  2. non facciamo un cammino personale di Direzione Spirituale, per cui si usa la Verità finora acquisita non per crescere nello Spirito Santo ma per affermare il nostro ego e rimanere noi stessi irriformabili, inconvertibili, sclerocardici ed incapaci di continuità, magari in presenza di alcune discontinuità. I social in questo amplificano la malattia, non la curano. Rinforzano le malattie dell’anima;
  3. non facciamo una autentica esperienza di Chiesa. Forse l’abbiamo fatta in passato, ma parziale e sovente poi intellettualizzata; sono i limiti della formazione catechistica monca della fonte e del culmine della Sacra Liturgia (anzi dell’ἔργον τοῦ θεοῦ [dell’opera di Dio]) e del midollo della Carità.

La nostra esperienza di Chiesa si riduce a cercare come volpi deformi ed in agguato la parola mal detta dal Santo Padre, dal Vescovo, dal sacerdote e del fratello. Questo è un cancro. E come diceva C.S. Lewis ne “Il cristianesimo così com’è”:

Il diavolo se la ride. È contentissimo che tu diventi casto, coraggioso e capace di dominarti, purché egli possa istituire dentro di te la dittatura della superbia; cosí come sarebbe felicissimo che tu guarissi dai geloni, se in cambio gli fosse consentito di farti venire il cancro.

Potremmo parafrasare usando mettendo al posto del “casto, coraggioso e capace di dominarti” anche “ossequioso alle mode di pensiero ecclesiale e laical/laiciste, una volta dure ed intransigenti e altra volta cariche di misericordite, paladino della Verità (scordando la Misericordia) o paladino della Misericordia (scordando la Verità)”.

In entrambi i casi si è in realtà nella fase della pre-adolescenza o adolescenza della fede, fatta di accenti intemperanti e carichi di ego-narciso-centrismo i quali sono proprio incapaci, per natura propria, di riconoscere che la Tradizione della Chiesa è cosa viva. La Tradizione ha certamente solide radici irriformabili ma tende verso l’alto grazie all’azione dello Spirito Santo nei canali e nei modi che lo stesso Spirito ha scelto. Nel simbolo di Fede (che non è un segno, ma un simbolo) lo diciamo (spero con personale adesione, in Spirito e Potenza) ogni Domenica. Credo nello Spirito Santo […] Credo la Chiesa […]. Accogliamo dunque con gioia e con spirito di lode e di gratitudine l’autocoscienza con cui lo Spirito Santo porta anche a questi passi, di per sé riformabili e necessariamente riformabili, senza spegnere la battesimale vigilanza ma rivestendola e nutrendola dell’unico cibo di cui necessita: l’umiltà e il fissare lo sguardo su Gesù, kenoticamente disceso tra noi per farci trascendere in Lui.

A margine si può infine osservare la smemoratezza selettiva di quanti vorrebbero (giustamente) trarre conclusioni importanti dai paragrafi della Evangelium vitæ dedicati alla dignità dell’embrione e a quella del morente… e trascurano quello dedicato alla dignità dei criminali. Eppure fu Costantino, con una sua novella, a principiare codesto allargamento del diritto umano, quando proibì che gli schiavi (che lo ius romanum qualificava come oggetti e non soggetti di diritto) venissero puniti con lo sfregio del volto (pena normalmente riservata allo schiavo fuggitivo): come si vede Francesco è intervenuto, ieri, a porre una tessera in un mosaico disegnato molti secoli fa…

E non sembra che sia finita qui, se i ripetuti inviti di Papa Francesco a ripensare il diritto penale degli Stati toccano l’ergastolo quanto la pena di morte: a quarant’anni dalla morte di Paolo VI, che abrogò la pena capitale dal diritto dello Stato pontificio, vale pure ricordare le parole di quel suo amico che drammaticamente lo precedette di pochi mesi, leggiamo negli insegnamenti di Aldo Moro ai suoi alunni, impartiti fino a poco prima del rapimento di Via Fani:

E, per quanto riguarda questa richiesta della pena, di come debba essere la pena, un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale, che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua: l’ergastolo, che, privo com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte.

Così Papa Francesco ha più volte definito l’ergastolo “una pena di morte nascosta”, e il cardinal Ladária ha potuto congruamente osservare come "oggi la sempre più viva coscienza che la dignità di una persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi, l’approfondita comprensione del senso delle sanzioni penali applicate dallo Stato, e la messa a punto di sistemi di detenzione più efficaci che assicurano la doverosa difesa dei cittadini, hanno dato luogo ad una nuova consapevolezza che ne riconosce l’inammissibilità e perciò chiede la sua abolizione".

Leggiamo con imbarazzo, in queste ore, penne di cattolici impegnati che per anni hanno criticato Quel che è di Cesare di Rosy Bindi e che oggi ripropongono, anche sul “caso pena di morte” le medesime argomentazioni volte a separare l’azione politica secolare dalla missione evangelizzatrice della Chiesa: ciò che rileva di quanto Gianfranco Ghirlanda a lezione soleva chiamare “apollinarismo ecclesiologico”, e in ultima analisi da una mai sopita tentazione gnostica, per la quale il cristianesimo sarebbe lo smalto spirituale di una mondanità tutta materiale.

Rimembriamo con sospiro le molte pagine de I Miserabili di Victor Hugo, nel 1862 già “non più cattolico”, che spirano tuttavia tanto più cristianesimo di tante pretese “penne cattoliche”.

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