TEOLOGIA, LITURGIA E SILENZIO
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- Creato: 07 Marzo 2008
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Prospettive fondamentali dei Padri Orientali per oggi Sua Santità Bartolomeo Patriarca Ecumenico
Donohue Chair Lecture
PONTIFICIO ISTITUTO ORIENTALE Roma, 6 marzo 2008
Con grande gioia abbiamo accolto il gradito invito del Pontificio Istituto Orientale di tenere la prestigiosa Conferenza della Cattedra Donohue nell'anno accademico 2007-2008 in occasione della celebrazione giubilare del 90° Anniversario dell'Istituto fondato da Benedetto XV (15.10.1917). Naturalmente l'Istituto è conosciuto da noi personalmente, ma anche dal mondo accademico per la ricerca fatta nella sua rinomata Facoltà di Scienze Ecclesiastiche Orientali e in quella del Diritto Canonico Orientale, come anche per le pubblicazioni magistrali nei suoi periodici e serie monografiche. Ci hanno chiesto di parlare sulla teologia che la Chiesa ortodossa aspetterebbe dall'Istituto Orientale come servizio al mondo contemporaneo. In vari modi, lo stesso percorso storico del Pontificio Istituto Orientale rispecchia l'apertura graduale di questa stimata istituzione, specialmente dai tempi degli scambi fraterni tra il Papa Giovanni XXIII e il Patriarca Ecumenico Atenagora, che ha cercato mezzi adeguati per promuovere l'unità della Chiesa intera. Perciò, abbiamo voluto investigare i vari principi della teologia, come si è sviluppata nella prima Chiesa, orientale, ancora indivisa e come potrebbero stimolare il lavoro scientifico di questa vostra pregiata istituzione per il beneficio di tutta la Chiesa. Sotto questo aspetto, il nostro scopo è discutere la teologia, la lex orandi e quel potente mezzo del silenzio nel formare il teologo per il suo ministero nel mondo contemporaneo.
(i) L'ampiezza della teologia
"Dimmi una parola, abba, come posso salvare la mia anima". Con queste parole, in tutti i tempi la gente si è avvicinata ai santi, uomini e donne, alla ricerca di una parola che salva. Oggi potremmo chiederci quale sarebbe la parola salvifica che la teologia della Chiesa orientale, prendendo spunto dalla teologia della prima Chiesa indivisa, possa offrire al mondo in cui viviamo. Quale sarebbe quella parola teologica, di valore unico, offerta dai Padri orientali della Chiesa ad un mondo assetato di guarigione e di integrità? Notiamo che sin dall'inizio la teologia patristica non si lascia ridurre ad un sistema strutturato di verità, ma, al contrario, è la luce e la grazia dello Spirito Santo che dà vita alla Chiesa intera, per ringiovanire così il mondo intero. In effetti, quando si fa una teologia che non è in sintonia con la Chiesa e con il mondo, la teologia rimane uno studio sterile di formulazioni dottrinali, piuttosto che una visione carica di energia deificante, di convinzione e di impegno, capace di trasformare tutto il mondo.
Questo era certamente il caso di Bisanzio, dove la vita "religiosa" abbracciava la vita "secolare" in ogni suo risvolto. La cultura teologica comprendeva ogni aspetto, manifestazione, attività, istituzione, intuizione, e movimento letterario nella società bizantina. La ragione è che i Padri della Chiesa erano anzitutto pastori, e non filosofi. Miravano a riformare il cuore umano e a trasfigurare la società, e non a raffinare i concetti oppure a risolvere le controversie. Esaminiamo quindi alcuni aspetti fondamentali del pensiero patristico, che dovrebbero illuminare la teologia nell'età attuale, specialmente come questa è sviluppata dalle facoltà e dagli studenti in una istituzione di studi orientali come il Pontificio Istituto Orientale.
Forse il tema centrale della teologia patristica è la natura dinamica della sua dottrina: la dottrina trinitaria e cristologica, l'antropologia e la cosmologia, le quali non sono mai concepite come realtà statiche e autonome. Questo tratto ha costituito, dai tempi più antichi fino al presente, una esperienza innata e una aspettativa continua. L'ampiezza che tutto abbraccia, di autori come s. Simeone il Nuovo Teologo e di s. Gregorio Palamas, fa parte integrale di questa concezione dinamica della vita, talvolta offuscata da certe manifestazioni più abbaglianti di Bisanzio, per esempio nella cultura e nell'arte. Intanto i monumenti, i manoscritti e le icone di Bisanzio indicano in una maniera tangibile uno spirito intangibile. Sia attraverso un'analisi minuziosa della dottrina e dello studio della vita della Chiesa nella storia, sia ammirando forme d'arte di valore perenne, oppure ripetendo frasi liturgiche del culto, noi scopriamo costantemente la stessa unica visione di una umanità chiamata a conoscere Dio e a diventare Dio, come anche di un mondo lievitato e riempito dalla presenza di Dio. In questo contesto i Padri della Chiesa osarono esporre la dottrina della theosis. Per citare s. Gregorio il Teologo, del quarto secolo, nostro predecessore sul trono ecumenico:
"Ammetti l'origine della tua esistenza. Ammetti l'origine di ciò che è più importante di tutto, la tua conoscenza di Dio, la tua speranza per il regno dei cieli, la tua contemplazione della gloria. Ammetti -e adesso parlo arditamente - che tu sei creato divino".[1]
Questa visione positiva e aperta dell'umanità e del mondo richiede un costante trascendere dei limiti, una vocazione a partecipare alla vita, resa possibile in Cristo, nello Spirito Santo. Tutta la teologia deve interpretare e difendere questa potenziale comunione tra Dio e l'umanità, come l'hanno sperimentata gli Apostoli e come fu espressa da s. Giovanni il Teologo a proposito di ciò che i discepoli "udirono e videro, contemplarono e toccarono con le proprie mani, quanto alla Parola di vita" (1 Gv 1,1).
Inoltre, si deve tenere presente che i Padri della Chiesa non hanno mai percepito la teologia come monopolio della professione accademica oppure della gerarchia ufficiale. Nessuna altra epoca ha mai visto tante discussioni e controversie: homoousion o homoiousion, due nature in una persona, due volontà oppure monoteletismo, icone o iconoclasmo, essenza e energie. Tutti i livelli - episcopale, monastico e laico - erano direttamente e profondamente coinvolti in queste decisioni teologiche. Non c'era mai un criterio esterno qualsiasi della verità, definito giuridicamente, l'ortodossia era la responsabilità comune e l'obbligo di tutti. Naturalmente, in un mondo così poco sensibile alla teologia come il nostro, è difficile immaginare il grado in cui la religione pervadesse la società. Basta ricordare come s. Gregorio di Nissa descriva le interminabili discussioni teologiche durante il Secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli:
Tutta la città è piena di rumori: le piazze e i mercati; venditori di vestiti usati e quelli di generi alimentari-tutti non fanno altro che argomentare. Se tu chiedi a qualcuno di darti il resto, filosofeggia sul Generato; se chiedi il prezzo del pane, ti diranno che il Padre è più grande del Figlio. [2]
Cosa implica questa natura dinamica della dottrina per la funzione della teologia nel mondo moderno? Anzitutto, richiede una visione ampia del mondo - possiamo aggiungere, ecumenica - in quanto siamo chiamati a intuire il mistero profondo nella gente e in tutte le cose. C'è sempre più di quanto salta agli occhi, quando consideriamo la vita umana e l'ambiente naturale. Dobbiamo in tutti i tempi essere preparati a creare nuove aperture e a costruire ponti, approfondendo sempre più il nostro rapporto con Dio, con altre persone e con la stessa creazione. Non dobbiamo mai essere compiaciuti nella nostra torre d'avorio, delle nostre istituzioni accademiche o ecclesiali.
(ii) La liturgia della Chiesa
Ora, se la teologia è esperienza comunitaria, cercando - come dice s. Paolo - "di far vedere a tutti il mistero nascosto in Dio" (Ef 3,9), la Chiesa garantisce la continuità normativa dall'era apostolica, nei tempi patristici e fino ai nostri tempi. La Chiesa è però autenticamente se stessa, quando prega come assemblea liturgica. L'unità e l'identità della teologia patristica è ritenuta precisamente attraverso il culto della Chiesa, che esprime la sua teologia nella liturgia. La dimensione liturgica è il mezzo principale attraverso il quale la cultura e la visione patristica del mondo è trasmessa ad altri popoli nell'espansione missionaria della Chiesa bizantina; e ciò dà anche la vera spiegazione di come la Chiesa orientale poteva sopravvivere in tempi di crisi. Era proprio l'aspetto liturgico, per esempio, che incoraggiò - e anche servì da mezzo pedagogico - per i Cristiani Orientali, durante 400 cento anni di dominazione ottomana, come anche, più recentemente, durante le persecuzioni nella Russia post-rivoluzionaria. I Padri della Chiesa continuano a realizzare questo simbolo dinamico di unità e vita, così come sono evocati in ogni liturgia divina.
Quindi, la liturgia è un aspetto essenziale della teologia patristica. Forse più di ogni altra cosa, la liturgia costituisce lo stesso cuore della Chiesa cristiana. Nell'eucaristia, il cielo è riflesso sulla terra e la terra è innalzata fino al cielo, come il Patriarca Germano scrisse nel secolo ottavo:
La Chiesa è un cielo terreno in cui Dio super-celeste abita e cammina. ... Prefigurata nei patriarchi e preannunciata dai profeti, fondata sugli apostoli e adorna di ministri, si compie nei martiri. [3]
Come sappiamo, dall'Editto di Milano (313), la Chiesa acquistò - fra le altre cose - la libertà di sviluppare i suoi aspetti pubblici e esterni. I risultati apparvero quasi subito nella organizzazione, nell'architettura e soprattutto nella liturgia della Chiesa. Il culto cristiano, prima affare segreto di una minoranza perseguitata, divenne adesso una parte integrante e fiorente della vita pubblica quotidiana. In effetti, particolarmente dall'uscita allo scoperto del cristianesimo all'inizio del quarto secolo, la Nuova Roma divenne centro della sintesi liturgica, mentre la Grande Chiesa di Costantinopoli fungeva da norma per teologia e culto. Questo traspare in modo particolare attraverso molti canoni - per esempio, nel Sinodo in Trullo (692) - regolando i costumi liturgici. Come risultato diretto di questa creatività, lo sviluppo organico della liturgia non conobbe mai battuta d'arresto.
La liturgia servì anche come autorità invocata dai Padri stessi. La potente tradizione liturgica, gli innumerevoli testi liturgici, e le incessanti espressioni liturgiche (per esempio, degli Akoimetoi, che "senza dormire" adempirono la prassi della preghiera) tutti rendono testimonianza all'esperienza della preghiera liturgica come criterio fondamentale dell'autorità spirituale. Questo approccio distinse sempre i Padri orientali dalla loro controparte occidentale. La differenza non fu mai formalizzata o ampiamente percepita. Intanto, mentre in occidente lo sviluppo graduale di una fonte giuridica di autorità condusse ad una comprensione dei riti liturgici piuttosto come riti esterni, il cristianesimo orientale visualizzò la liturgia come criterio autorevole di fede e di etica.
La Chiesa, quindi, vede nella tradizione liturgica un elemento inviolabile della sua vita. La "lex orandi" fa parte essenziale della "lex credendi". Senza apprezzamento del culto, qualsiasi comprensione della fede e della patristica è inevitabilmente incompiuta. La liturgia è "la melodia della teologia": le letture, gli inni, le preghiere e i servizi di Bisanzio rispecchiano le questioni teologiche, ecclesiali, politiche e sociali di quell'epoca. Il calice comune della comunione nutre la vita spirituale del popolo, mentre stimola anche il pensiero sociologico e l'azione politica. Ecco perché s. Nicola Cabasilas descrive la liturgia come "l'ultimo mistero, oltre al quale è impossibile progredire"[4]. La dottrina è così inestricabilmente collegata alla dossologia; teologia e culto partecipano dello stesso linguaggio. Come dice il Metropolita Giovanni di Pergamon, gli intuiti dottrinali dei primi Padri sono da attribuire direttamente alla loro esperienza come presidenti dell'eucaristia nelle comunità locali:
I vescovi di questo periodo, teologi pastorali come s. Ignazio di Antiochia e soprattutto s. Ireneo e s. Atanasio, si avvicinarono al mistero di Dio per mezzo dell'esperienza della comunità ecclesiale, dell'essere ecclesiale ... [L']esperienza eucaristica della Chiesa guidò i Padri nell'elaborare la loro dottrina dell'essere di Dio. [5]
Questo senso profondo di comunità deve, conseguentemente caratterizzare la nostra percezione teologica del mondo di oggi. Vuoi dire che nessun individuo isolato dagli altri può mai esaurire la pienezza della verità, fuori della comunione dei santi. Quanto ai rapporti fraterni tra le nostre Chiese sorelle, i due polmoni delle Chiese orientale e occidentale possano respirare armoniosamente. Nessuna delle due dovrebbe assumere iniziative provocatorie - unilaterali o universali - nel suo ministero al popolo di Dio. Inoltre, lo stesso senso di comunità implica una responsabilità per l'apertura e il dialogo interreligioso dentro la realtà globale più ampia. Finalmente, negli anni recenti, abbiamo anche imparato la lezione penosa che noi - tutti noi -siamo responsabili "per la vita del mondo" (Gv 6,51), per il benessere dei poveri, e per il benessere dell'ambiente naturale.
(iii) Il silenzio dell'apofatismo
Finalmente, la teologia patristica non può essere giustamente compresa senza apprezzare la dimensione apofatica. L'apofatica è normalmente associata con gli "scritti di Dionigi l'Areopagita" nel quinto secolo. Eppure, già nella Scrittura ci sono allusioni a questa dimensione, sia nel racconto dell'Esodo della visione che Mosè ebbe di Dio e nei riferimenti alla luce divina nel Vangelo di Giovanni. Per mezzo della teologia apofatica, i Padri orientali affermano la trascendenza assoluta di Dio, sottolineando al contempo la sua immanenza divina. L'ascesa dell'intelletto umano verso Dio può essere descritta come negatività positiva; è un processo di eliminazione che rassomiglia la katharsis ascetica dell'anima e rigetta tutte le forme dell'idolatria intellettuale.
Naturalmente, la filosofia classica e la maggioranza delle religioni adottano un approccio fondamentalmente negativo, in quanto sono consapevoli della assoluta trascendenza di Dio. Nondimeno, nel pensiero patristico, l'apofatismo non è solo un metodo intellettuale per avvicinarsi al mistero di Dio. I Padri della Chiesa ribadiscono l'inadeguatezza dell'intelletto umano e del linguaggio umano per esprimere la pienezza della verità. Nelle parole di s. Basilio il Grande:
Conosciamo Dio per mezzo delle energie, mentre non pretendiamo di avvicinarci alla sua essenza. Le energie di Dio discendono a noi, mentre la sua essenza rimane inaccessibile. [6]
Questa distinzione tra l'essenza divina e le energie divine -così eloquentemente articolata da s. Gregorio Palamas nel quattordicesimo secolo - comunica la convinzione che la verità divina non è scoperta dal solo intelletto; ma, si dischiude al mondo intero nel cuore umano, per mezzo della comunità eucaristica. In fin dei conti, la consapevolezza della trascendenza divina conduce a un incontro personale con l'Uno che non è conosciuto. È il sapere al di là di ogni sapere, sperimentato come "ignoranza" di Dio [7]. La teologia trascende così ogni formulazione e definizione, identificata piuttosto con un rapporto personale e amante con Dio in comunione di preghiera. Come afferma Evagrio Pontico: "Se sei teologo, preghi veramente e, se preghi veramente, sei teologo". [8]
In ultima analisi, i Padri della Chiesa non sono filosofi di concetti astratti, ma araldi di una teologia mistica. Per loro, il silenzio della teologia apofatica significa che la teologia, nel suo aspetto più profondo, più intimo e più intenso, è comunione. Nel settimo secolo, s. Giovanni Climaco ebbe l'esperienza della stessa verità attraverso l'ascesi:
La tranquillità del corpo è la comprensione delle abitudini e delle emozioni. E il silenzio dell'anima è la conoscenza dei propri pensieri e di una mente inviolabile ... Un esicasta provato non ha bisogno di parole, essendo illuminato da azioni più che da parole. Tale tranquillità è culto incessante e servizio di Dio. [9]
Il silenzio ascetico dell'apofasi impone su tutti noi - istituzioni educative e istituzioni ecclesiali - un senso di umiltà davanti al mistero tremendo di Dio, davanti alla sacralità della persona umana, e davanti alla bellezza del creato. Ci ricorda che -al di là di ogni cosa che possiamo cercare di apprezzare e di articolare - l'ultima parola non spetta mai a noi ma a Dio. Il che va al di là di una semplice riflessione della nostra limitata e frammentata natura. Primariamente, essa è l'appello per essere grati davanti a Lui, che "tanto amò il mondo" (Gv 3,16) e che promise di non abbandonarci mai senza il conforto del Paraclito che "ci guida alla pienezza della verità" (Gv 16,13). Come possiamo essere sufficientemente grati ad un tale dono generoso divino?
* * *
Venerabili autorità, stimate facoltà, e amati studenti del Pontifico Istituto Orientale:
Vi esortiamo a servire la parola teologica respirando l'aria della teologia e inginocchiandovi umilmente davanti al Creatore vivente. Implorate Dio perché rinnovi i vostri cuori e le vostri menti; invocate la sua grazia per la salvezza di ogni persona umana, anche -e specialmente - gli infimi tra i nostri fratelli e sorelle (Mt 25,45); e pregate fervidamente per la trasfigurazione del mondo intero, fino all'ultima macchiolina di sabbia.
Questa istituzione ha contribuito enormemente allo studio e alla promozione della teologia Ortodossa in Occidente. A questo punto del dialogo ecumenico il Pontificio Istituto Orientale è chiamato a recitare una parte decisiva nella riconciliazione tra Oriente e Occidente. Il dialogo teologico ufficiale che è in corso tra le Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cattolica Romana sarà grandemente aiutato dall'insegnamento e dalla ricerca che ha luogo qui al Pontificio Istituto Orientale.
Che Dio vi benedica in questo storico novantesimo dell'Istituto!
[1] Gregorio il Teologo, Orazione XIV, 23-25.
[2] Sulla divinità del Figlio e dello Spirito, PG 46.557.
[3] Sulla Divina Liturgia, cap. 1.
[4] La Vita in Cristo, IV, 1.
[5] Vedi Being as Communion, New York 1985, 16-17.
[6] Lettera 234, 1.
[7] Cf. Gregory Palamas, Triads in Defence of the Hesychasts II. iii, 53.
[8] Chapters on Prayer, 60.
[9] Scala dell'Ascesa Divina, scalino 27.
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