Fino alla cima dell’Ararat
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- Creato: 25 Aprile 2015
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«Il pianto per coloro che morirono un secolo fa, diviene seme di una speranza più grande che dobbiamo seminare nei solchi del campo che è il mondo di oggi. Un mondo che ancora soffre perché conosce la violenza cieca e distruttrice, ma che proprio per questo anela alla luce e alla pace che solo Dio può concedere». Riconciliazione, perdono e pace sono le parole che emergono con più forza nel saluto che il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, ha pronunciato nel tardo pomeriggio di venerdì 24 aprile, al termine della divina liturgia in rito armeno celebrata nella chiesa romana di San Nicola da Tolentino in occasione del centenario del Metz Yeghern. La celebrazione è stata presieduta dal rettore del Pontificio collegio armeno, Georges Dankaye, e animata dai seminaristi del collegio. Era presente, fra gli altri, l’ambasciatore di Armenia presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan. La divina liturgia è stata, ha evidenziato il cardinale Sandri, «un ricordare dinanzi al Signore, chiedendo la grazia di continuare a vivere in lui e per lui». La memoria va ai «fratelli e sorelle della nazione armena che cento anni fa, attraverso uccisioni, atroci tormenti e deportazioni di massa, hanno dato la vita con il nome di Gesù sulle labbra». Dal ricordo e dal dolore, però, quella testimonianza di fede deve portare a una speranza nuova per l’oggi: «Il Grande male che il popolo armeno ha subito — ha continuato il porporato — rimane una delle pagine più buie nella storia dell’umanità, accanto ad altri che purtroppo hanno costellato il secolo scorso»; ma allo stesso tempo, per noi oggi, «dalla terra che ha accolto i resti mortali del milio- ne e mezzo di vittime, sale fino alla cima del monte Ararat, imbiancato dalle nevi perenni, il sussurro che diventa supplica e grido, al cuore di Dio e al cuore dell’uomo: Pace! Riconciliazione! Perdono!». Un enorme passo in avanti per superare gli odi e riconciliarsi: un passo che i singoli e i popoli possono fare solo con l’aiuto di Dio. Nell’omelia, il rettore del Pontificio collegio armeno ha paragonato la celebrazione a una sorta di «compleanno dello Spirito Santo» che guida sempre la storia dell’umanità e suggerisce a ognuno come camminare nella storia affrontando anche le più terribili tempeste. E indicando l’esempio del nuovo dottore della Chiesa, san Gregorio di Narek, il rettore ha ricordato come egli fosse un «maestro perché ha saputo parlare con Dio e non soltanto parlare di D io». E proprio un testo di san Gregorio è stato richiamato dal cardinale Sandri al termine del suo saluto, concluso da un invito alla speranza. «Da Yerevan — ha detto — dove spero di recarmi nel prossimo settembre per la consacrazione del santo Myron presieduta da sua santità Karekin II, nelle giornate limpide e serene si può contemplare il monte sospirato, l’Ararat, luogo secondo la tradizione dove si fermò l’arca di Noè. Nel libro della Genesi quel momento, dopo lo splendere dell’a rc o b a l e n o nel cielo, segna il ritirarsi delle acque del diluvio e l’inizio della nuova vita dell’umanità». Anche oggi, ha spiegato il porporato, «Dio offre il suo arco di luce colorata perché tra cielo e terra e tra uomo e uomo regni sovrana la pace, e si ritiri ogni incomprensione, ingiustizia, odio e persecuzione». E ha concluso citando il Libro della lamentazione di Gregorio di Narek: «Al posto della buia oscurità della malvagità spunti nell’anima il raggio di una mattina primaverile».
© Osservatore Romano - 26 aprile 2015