teofania 15di MANUEL NIN

L’Epifania del Signore celebra la manifestazione del Verbo di Dio incarnato. I testi liturgici della festa nella tradizione bizantina riassumono i principali misteri della fede cristiana: quello trinitario, l’incarnazione di Cristo, la redenzione ricevuta nel battesimo. Evento, quest’ultimo, celebrato durante la liturgia della grande benedizione delle acque che ricorda e celebra il battesimo di Cristo e di ognuno dei fedeli cristiani.
I grandi innografi cristiani orientali hanno dedicato testi poetici alla contemplazione di questa celebrazione dove sono messi in evidenza lo stupore e la meraviglia del Battista e di tutta la creazione — gli angeli, il firmamento, le acque del Giordano — di fronte alla manifestazione ( epiphàneia ) umile del Verbo di Dio incarnato che si avvia a ricevere il battesimo da Giovanni. Romano il Melodo nei suoi due kontàkia per la festa dell’Epifania accosta la nudità di Adamo e del genere umano al battesimo e alla veste nuova lì indossata, veste che è Cristo stesso: «Perciò noi, nudi figli di Adamo, riuniamoci tutti, rivestiamoci di lui per ricevere il suo calore! Riparo per i nudi e luce per quanti sono al buio tu sei venuto, sei apparso, luce inaccessibile». E per contrasto insiste sul fatto che la nudità di Adamo porta Dio stesso a spogliarsi e farsi uomo: «Dio, con la sua santa voce chiamò il disubbidiente: Dove sei, Adamo? Voglio vederti! Anche se nudo sei, anche se povero sei, non avere vergogna, perché io mi sono fatto simile a te. Tu che volevi diventare Dio non ci sei riuscito: io invece mi sono fatto carne». L’incarnazione è paragonata dall’innografo a un grande abbraccio in cui Dio elargisce all’uomo la sua misericordia, con un’allusione alla parabola del figlio prodigo: «Dalla mia compassione mi sono lasciato piegare, misericordioso quale sono, e mi sono avvicinato a ciò che ho plasmato, tendendo le mani per abbracciarti. Non provare vergogna dinanzi a me: per te che sei nudo io mi denudo e mi battezzo». L’autore accosta la nudità dell’uomo all’incarnazione di Cristo vista come denudarsi e farsi uno di noi, con un gioco di parole tra il denudarsi dell’incarnazione e il denudarsi per il battesimo. In diverse strofe Romano fa dialogare Cristo e Giovanni Battista. «Giovanni fu sconvolto dalla paura e disse: Fermati, o salvatore, e non insistere: a me basta essere stato considerato degno di vederti! Che cosa richiedi a un uomo, tu, amico del genere umano? Perché chini il tuo capo sotto questa mia mano? Essa non è abituata a reggere il fuoco! Tu vieni da me, ma il cielo e la terra guardano se compirò l’atto temerario». E Cristo risponde al Battista, il precursore: «Tu hai un incarico da assolvere per me. Una volta ho mandato Gabriele e ha svolto bene il suo compito per la tua nascita: manda anche tu la tua mano come un angelo, per battezzare. Prestami soltanto la destra! Battezzami e attendi in silenzio ciò che avverrà». Il battesimo di Cristo è un dono dello Spirito a tutta la Chiesa affinché anch’essa diventi luogo di salvezza per i battezzati: «Io sto per aprire i cieli, far discendere lo Spirito e darlo in pegno. Battezzatore e contestatore, preparati non alla controversia ma al servizio! Io qui disegnerò per te la soave e splendente figura della Chiesa, accordando alla tua destra quel potere che poi attribuirò alle mani dei discepoli e dei sacerdoti». Per Romano quindi l’incarnazione e il battesimo di Cristo sono realtà finalizzate a riportare e ricreare Adamo nella condizione di figlio: «Inneggia, inneggia a lui, Adamo; adora colui che ti viene incontro! Mentre ti ritraevi, egli si è mostrato a te affinché tu potessi vederlo, toccarlo e riceverlo. È sceso sulla terra per portarti lassù, è diventato mortale affinché tu potessi diventare dio e rivestirti della primitiva dignità, per riaprire l’Eden ha dimorato a Nazaret».

© Osservatore Romano - 6 gennaio 2017

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