Beato Tito Brandsma RVdi Giada Aquilino
E’ stato in un campo di concentramento, “marchio infamante” del secolo scorso, che “Dio ha trovato Tito Brandsma degno di sé”. Con queste parole San Giovanni Paolo II nel novembre 1985 beatificava in San Pietro Tito Brandsma, carmelitano

olandese morto a Dachau, in Germania, il 26 luglio 1945, esattamente 75 anni fa. Nell’anniversario, una Messa di suffragio sarà presieduta domani pomeriggio da mons. Antonius Lambertus Maria Hurkmans, vescovo emerito di ‘s-Hertogenbosch, nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria in Traspontina, a Roma.

Un martire della fede è Tito Brandsma per tutta la Chiesa, come sottolinea il padre carmelitano Bruno Secondin, professore emerito di spiritualità e storia della spiritualità moderna alla Pontificia Università Gregoriana: di fronte all’ideologia nazista, evidenzia, a caratterizzare la sua figura furono “la difesa dei principi cristiani evangelici” e “l’atteggiamento di misericordia, di perdono, di comprensione degli sbagli” di coloro che lo perseguitavano, “senza portare dentro di sé mai nessun odio, mai nessun atteggiamento” di rivalsa.

Nato nel 1881, a 17 anni Tito entrò nell'ordine carmelitano, fu poi professore e magnifico rettore dell’Università Cattolica di Nimega, profondo studioso di filosofia e di storia della mistica, ma anche giornalista e sacerdote interessato al dialogo ecumenico e al rispetto del Creato. Più volte entrò in conflitto col regime nazista: come assistente ecclesiastico dell’Unione dei giornalisti cattolici, fu arrestato nella missione svolta a nome dell’episcopato cattolico, che rifiutava di accettare l’imposizione degli ordini razzisti e antisemiti alla stampa cattolica, abbastanza forte in Olanda, nonostante la grande maggioranza della popolazione fosse protestante.

Venne successivamente deportato nel lager di Dachau. Negli ultimi istanti di vita, regalò un semplice rosario all’infermiera che gli praticò l’iniezione di acido fenico all’origine della sua morte. Anni dopo, la testimonianza della donna fu decisiva nel processo di Beatificazione, perché mise in luce come la misericordia per Tito avesse significato, anche nella tragedia della prigionia, rimanere “vicino a tutti gli altri, condividere la sofferenza, ispirare pensieri di perdono, di pace” e, conclude padre Secondin, “accogliere e consolare quelli che erano trattati ancora peggio di lui, come gli zingari, i russi, gli ucraini”.

© Osservatore Romano    26.7.2017


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